martedì, gennaio 19, 2010

Bergerac

Di nuovo bare che si portano via buchi, banconi su cui poggiarsi e cucine da sodomizzare mentre fiori freschi circondano i fegati appassiti e gli amori di un tempo si ritrovano fuori dal sagrato. Sui volti di chi ha già dato, lacrime di sale bagnano guance non più capaci di arrossire. Ci si ristringe ancora una volta attorno al sacro fuoco e il popolo di chi ha chiesto altro alla vita è tutto lì, sotto gli occhi ammonitori dei benpensanti. Il paese è anche questo. Microcosmo che proietta copioni già visti e che li amplifica ad ampio raggio. Comunità piccola eppur disomogenea che servono diverse inquadrature per studiarla ma bastano occhi attenti per analizzarla. Non è dato sapere se cambierà mai qualcosa in questa piccola porzione di mondo, intanto però un altro pezzo di quella storia bislacca che è la periferia del borgo se ne è andato e di lui mancherà tanto a chi lo ha conosciuto; niente a chi crede che la sua vita sia stata offerta solo al dio della sofferenza e del dolore. Si chiudono pagine e si riaprono ferite tra le facce tristi di qualcuno e l’indifferenza di tanti altri; di chi, per intenderci, non è mai stato al Primo Bar, vero incrocio di destini beffardi e di vite vissute ai limiti della sopportazione fisica. Luogo genuino, in cui l’umanità sincera e i cuori straripano di sentimenti affogati nei liquori del mattino e nella musica neomelodica a tarda sera. Dove i santi offrono da bere e le statue non piangono. Alcova di sogni e speranze mai concretizzate. E di sguardi, persi, verso il verde della montagna, baluardo immobile che protegge e consola anche solo stando seduti su una sedia di plastica gialla.

In ascolto: Piccolo Live Acustico - Manu Chao

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