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martedì, febbraio 02, 2010

L'asfalto drenante dell'autostrada del sole.

L’asfalto drenante dell’autostrada del sole non è lo stesso che toccano le ruote del 12 notturno; quello che i proprietari del ristorante sotto casa cercano di prendere al volo chiudendo in fretta il locale che poi chissà quando passa il prossimo.
Sull’asfalto drenante dell’autostrada del sole puoi permetterti di stare sopra ai 100 pure se di acqua ne cade così tanta che Dio o chi per lui non la mandava da un po’. E pure se c’hai quella ruota da gonfiare di nuovo al primo benzinaio aperto.
E allora ci puoi pure bruciare chilometri velocemente sull’asfalto drenante dell’autostrada del sole, e manco accorgertene che la bottiglia del bianchetto che il tuo passeggero sta beatamente consumando da solo è quasi finita.
Una volta che hai lasciato la città eterna ci attraversi la campagna romana con l’autostrada del sole. La A1, l’autostrada regina, quella grande opera pubblica capace di accorciare le distanze già prima di facebook; quella stessa autostrada su cui, se prosegui fino in Toscana, ci puoi trovare un esempio di come procurarsi “gloria eterna” nel proprio feudo elettorale in pieno stile scudocrociato. Quella “curva Fanfani” che, si narra, sia una deviazione rispetto all’originale progetto, disegnata sulla carta proprio da Amintore per far arrivare un casello ad Arezzo, la sua provincia d’origine.
E poco importa se Perugia non abbia avuto un suo rappresentante capace di simil prodezze all’epoca, fatto sta che ora per arrivare da quelle parti si deve percorrere un’imbarazzante E45, che l’asfalto drenante dell’autostrada del sole, diciamocelo, se lo sogna.
Perugia è la meta designata da raggiungere per ascoltare il Maestro, quel tic impazzito della canzone d’autore che risponde al nome di Giampaolo Bruno Piccinini. Cantautore atipico che è solito esibirsi in bettole e cantine di seconda categoria, il Piccinini questa volta è stato chiamato a intrattenere un pubblico nuovo e attento che riesce ben presto ad apprezzare le sue dita incrociate sul bianco e nero della tastiera e la sua voce amara.
Perugia diventa allora un ideale punto d’incontro nemmeno troppo difficile da raggiungere. C’è gente amica che si è mossa un po’ dappertutto e pare che il nostro, dopo la A1 e dopo facebook, sia stato capace di ridurre ancora di più le distanze.
A fare da collante alle diverse provenienze una collaudata aggregazione di orsi marsicani, una sorta di fan club (più fun che fan in realtà), pronti a darsi battaglia sui banconi della città e all’interno della Grotta Paolina, dove è in scena la fiera italiana, con annessa degustazione, delle migliori grappe italiane.
Per arrivare al locale, piccolo ma accogliente, c’è anche il tempo di assaporare il freddo pungente della città passeggiando tra vicoli stretti e sotto porte antiche che sembra di stare all’Aquila quando era ancora viva. Ricordi e nostalgia nella gioia scanzonata di una chitarra scordata. Sul palco, solo come nelle rare esibizioni del Piccinini può succedere, in poco più di un’ora passa di tutto: favole e terremoti che si rincorrono insieme a una vela su cui soffiare, amanti e tanghi suonati dalla gelosia. E superciuk, e ministribrunetta a cui dedicare Lunghezza campo nomadi. E uomini in cenere e taverne di Zaccaria. Garcia Lorca e “rapsodie portegne”. Corpi di donne, salsedine e chimere. Verbali di pignoramento e bicchieri di whisky smezzati con sorsi d’acqua. “Turbini di rondini in cielo e in fuga dal gelo” e “Cera delle ali, precipizi di umori e addii”.
Dentro al locale non si fuma, e allora è gioco facile inventarsi una pausa sigaretta per camuffare un bis che arriverà solo mezz’ora dopo, quando tornano all’interno i fun e il gioco etilico prende il sopravvento su quello delle parole; degna conclusione di uno spettacolo che è insieme musica e amore, notti in bianco e vestiti buttati sulla poltrona, vino nel tetrapak e tasche bucate.
Per riprendere a bruciare chilometri sull’asfalto drenante dell’autostrada del sole, però, c’è ancora tempo. Una notte intera. Da riempirsi gli occhi e la memoria di facce che ridono, di accordi strappati, di bocche che sboccano e di intermezzi. Di gocce di neve che cadono da cieli neri, di bucce di mandarino nascoste sotto i sedili e di fazzoletti usati come block notes alla faccia dell’iPhone.
E c’è tempo anche per “maledire i ritmi della società moderna”, per scordarsi di aprire il sacco a pelo e per scovare una scogliera disegnata a matita dentro la grotta tra un po’ di filosofia e l’ultimo bicchiere di grappa… quella che rimane sulla bocca dello stomaco e che non ne vuol sapere di andare giù.

venerdì, marzo 04, 2005

LO ZAINO

Umberto e Chiara si sono svegliati presto, sono attesi entrambi da una lunga giornata. Caffè, succo alla mela verde, pane tostato e nutella vengono consumati con calma attorno al tavolo che porta ancora i resti della cena del giorno prima. Una cena turbolenta, in cui si è sfiorato quasi di arrivare alle mani. I toni si sono alzati in pochi istanti. La madre non sopporta più quelli che chiama i "viaggi della speranza". Con quello di oggi sono almeno quindici i provini di Chiara solo negli ultimi tre mesi. Non ce la fa a vedere la figlia che non vede realizzati i propri desideri di attrice, ma come al solito ha sbagliato i modi. Irascibile e orgogliosa, Chiara non le ha mandate a dire. A Umberto ora, non resta che sorvolare sull'argomento per non rischiare di riaprire la discussione con la sorella. E poi, lui, ha altro a cui pensare, si vede lontano un miglio che è concentrato su tutt'altro. Il tragitto verso la stazione è breve e i due sono taciturni. Il treno per Roma è alle otto e dieci, ma sulla linea più obsoleta del centro Italia c'è poco da stare tranquilli. Infatti. La voce della signorina di turno al megafono della stazione suona beffarda per tutti i pendolari in attesa sulla banchina. Il primo treno non passerà prima di quattro ore. Tutto il nervosismo di Chiara, accumulato per il provino e per la discussione della sera prima, trova sfogo su Umberto, come se fosse lui il colpevole. Sorvola anche su questo, c'è da pensare a come arrivare a Roma al più presto, altrimenti addio appuntamento. Non resta altra scelta che prendere l'auto appena parcheggiata vicino al piazzale degli autobus, sempre che la vecchia pegout 205 ce la faccia a sopportare lo sforzo. Il viaggio dura poco più di un'ora, ma i due rimangono in silenzio anche questa volta. Umberto voleva evitare a tutti i costi di viaggiare in auto, troppo pericoloso per lui, non è affatto tranquillo. Al casello una lunga fila di auto, Chiara bestemmia perché è sicura che farà tardi, Umberto immagina che siano tutti i pendolari rimasti appiedati dal treno e gli viene quasi da ridere. All'uscita di cinecitta un'altra coda, questa volta sono le aspiranti per un posto da maresciallo al posto della Marcuzzi, Chiara bestemmia perché secondo lei sono tutte troie, Umberto, stavolta, bestemmia anche lui, non manca che un'ora all'appuntamento. Fa altri duecento metri in un quarto d'ora, decide di far scendere Chiara alla fermata del tram e in bocca al lupo. Lui invece imbocca la Casilina, si ferma al primo semaforo, pensa che li becca sempre rossi, si sforza di non bestemmiare. D'improvviso una lunga frenata, neanche il tempo di guardare dallo specchietto che la botta lo fa sobbalzare sul sedile. È un secondo, guarda dal finestrino, lo stronzo riparte lasciando sull'asfalto tre quarti delle sue gomme e si infila in una stradina. Lui riesce a prendere la targa e si promette che gliela farà pagare cara, molto cara. In qualsiasi altra situazione Umberto avrebbe seguito quell'auto anche a piedi, ma ora non c'è tempo. Trenta minuti o addio affare. La vecchia pegout ha retto bene, manca un faro, ma non ha importanza. Umberto pensa allo zaino e diventa color cera in un nanosecondo. Decide di controllare con il cuore che gli va a duemila. Sembra ok. Può ripartire. Arriva con tre minuti di anticipo. Nicola lo aspetta fuori dal portone della sua palazzina di piazza Malatesta, gli prende quasi un colpo a vederlo arrivare in macchina e lo maledice per il rischio che ha corso. Se sapesse del tamponamento potrebbe anche svenire. Umberto sorride malizioso, gli dice di non preoccuparsi, che è tutto a posto, che ce l'ha fatta anche questa volta e che dell'Umbi ci si deve fidare, sempre. Apre il cofano, prende lo zaino e insieme salgono al terzo piano della palazzina. È fatta anche questa volta.

martedì, dicembre 07, 2004

IL MEGAPARCO

"Dite la verità?!!!!!!! Credevate veramente che il mondo del divertimento avesse raggiunto mete insuperabili!!!" Le nuove eroine del sexy-show, le gemelle Luana e Eva Velina iniziarono così la loro performance sul megapalco allestito nel megaparcheggio del nuovissimo megaparcodidivertimenti della LUDOSADOGAME. In tutto sarebbero dovute stare sul palco per circa un quarto d'ora, ma alla fine, gli addetti alla security, dovettero portarle fuori a forza. Credendo di far parte della casa del grande fratello 25, da regolamento chiedevano quantomeno di essere prima nominate. Dopo di loro si sarebbe svolto il megaconcerto in playback dei Dick Boys, la boyband più famosa del momento, che per la gioia delle teenagers avrebbero "indossato" solo l'ultimo sleep del famigerato stilista dolce, staccatosi da gabbana quando quest'ultimo se l'era svignata in Jamaica con un indossatore senegalese. Trasmissioni televisive indiscrete dichiaravano che lo stesso dolce si consolasse nel backstage con un acrobata nano. Alla fine dello spettacolo, le porte del più maestoso parco giochi della capitale si sarebbero schiuse per consentire l'ingresso degli allibiti clienti. L'ingresso era gratuito per i primi cinquanta e la ressa cominciava a farsi insostenibile quando l'incaricato della gestione dell'ordine pubblico, il Sadico, diede l'ordine di sparare sulla folla le prime scariche di adrenalina in mini siringhe, queste si infilavano sotto pelle e venivano metabolizzate dall'organismo in pochi secondi. Un turista genovese, sfortunatamente colpito da una siringa in testa non resse l'entusiasmo e si diresse di corsa verso il cancello, ma riuscì a malapena a superare il limite invalicabile che i supercops governativi lo falcidiarono all'istante; accadevano sempre questi spiacevoli episodi nelle adunate pubbliche. Il presidente tardò appena due minuti, rispetto al cerimoniere, per premere il pulsante che avrebbe dato vita al miracolo, solo il tempo necessario per l'arrivo dei ricicla corpi, che inscatolarono il turista genovese e lo spedirono a casa con spese a carico del destinatario. Le campane allucinogene iniziarono i loro crepitanti rintocchi e, in preda a deliziose volgarità mentali, il pubblico potè ascoltare la voce di mikey trip: "signori e signore, vecchi e bambini, sfatti e strafatti, ricchi e poveri ma soprattutto ricchi! ecco a voi lo spettacolo + spettacoloso del mondo!" seguirono alcune istruzione per il mantenimento della sicurezza, ma come al solito nessuno ci fece caso e i pochi che le ascoltarono le dimenticarono appena varcato l'ingresso. Capire cosa fare appena entrati in un parco della ludosadogame non era facile, tante erano le strade che portavano verso i più disparati luoghi di svago, questa volta però i dirigenti avevano pensato proprio a tutto, ogni strada era visionata da hostess addette all'illustrazione del percorso, qualche cliente però se ne fece un'idea sbagliata e si gettò impunemente su una biondona di sesta misura, la stessa non ci mise più di un'ora a cambiare mestiere e ad offrirsi ai clienti per un minimo di trentaeuro, quando si dice saperci fare negli affari. Dopo una settimana le hostess, e anche qualche stewart, avevano divise più succinte e dovevano pagare una percentuale ai papponi aziendali. Il parco si sviluppava su 10 lunghi viali. Il primo (pully street) era un simil-asilonido con baby sitter, l'ultimo era una simil-casadicura con splendide nonno-sitter in bikini. Tutti, e a tutte le età potevano divertirsi e godere dei benefici del megaparco, famiglie intere ci passavano i loro fine settimana: le mogli nelle boutique del viale shopping, i figli nei negozi di telefonini e i padri a violentare qualche cinesina nel quartiere della pedofilia. Gli affari delle più grandi multinazionali venivano conclusi negli alberghi a nove stelle fatti costruire al centro del parco, diventato il centro nevralgico dell'economia mondiale Dopo una settimana il megaparco della capitale aveva fruttato all'azienda governativa più di tutti gli altri disseminati nel paese. I turisti americani guardavano meravigliati le strutture in amianto e uscivano sistematicamente con un "Oh Yeah!" di approvazione. Fu un giorno di settembre di non so più quale anno che tutto questo finì. I libri raccontano di un black out mondiale, dovuto al sovraccarico energetico degli abbonati in pay per view, che danneggiò irrimediabilmente gli impianti del megaparco... nessuno aveva mai pensato che potesse succedere e neanche i servizi segreti di tutto il mondo lo avevano potuto prevedere. Fu come il crollo della torre di Babele. La leggenda al contrario, narra di un bambino africano, Hiloshy, che studiando sodo negli States, aveva elaborato un metodo infallibile per mettere fine a tutte le minkiate che le televisioni e la pubblicità si ostinavano a vendere come prodotti della felicità. Da quel giorno l'umanità fu in grado di accorgersi delle condizioni a cui si era ridotta e dopo qualche mese riuscì anche a recuperare lo spirito critico e di osservazione senza farsi più condizionare. È per questo che ancora oggi, nel 2079, Hiloshy viene ricordato!

martedì, marzo 16, 2004

kaput

L'auletta F è vuota, c'è rimasto solo l'odore amarognolo di fumo di sigaretta, lasciato dagli studenti che ci hanno passato la mattinata a studiare, o a ridacchiare. Aspiro tabacco e mi godo, seduto, il ventotto trentesimi rimediato non più di un quarto d'ora fa in storia del giornalismo. Come ogni volta, prima di informare i miei e Silvia sul risultato ottenuto, passo il mio momento di soddisfazione personale in perfetta solitudine. Il rituale prevede ancora che alle telefonate di rito seguirà una birra nel primo bar incontrato fuori dal palazzo. Questa volta però la soddisfazione la sento in modo diverso, non tanto per il voto, quanto per il fatto che comincio a vedere sempre più vicina la fina del mio percorso di studi. Quando mi trasferii nella capitale per intraprendere la carriera universitaria che, secondo i miei, mi avrebbe dovuto portare a diventare un gran biologo, non mi sarei mai immaginato di ritrovarmi, quattro anni dopo, in questa cittadina di provincia a sostenere esami come quello di oggi. Gli anni persi, insomma, cominciano ad essere solo un lontano ricordo e la "riscossa personale" che mi imposi un po' di tempo fa davanti allo specchio sta per diventare realtà. In tasca mi sono rimasti pochi spiccioli, non mi basteranno nemmeno per il biglietto dell'autobus, ciò significa che viaggerò con il rischio di beccarmi la solita predica paternalista dal controllore di turno, senza contare la multa ovviamente. Dopo quindici giorni torno al paese, ho bisogno di beni primari quali pasta, sughi della mamma e nutella. Inoltre devo vedermi con Nello e preparare, insieme a lui, l'ultimo numero di kaput, la nostra fanzine. Quando sono partito l'ultima volta ho lasciato un paese quasi in subbuglio per un racconto che abbiamo pubblicato. Nello mi ha ragguagliato via e-mail sulle reazioni dei nostri concittadini; "reazioni di persone scandalizzate per il linguaggio osceno e volgare", mi ha scritto. Mi è venuto da ridere quando, il giorno stesso a lezione, il mio professore di scrittura creativa ha asserito "io non conosco parole oscene, conosco solo parole". È incredibile quanto le nostre pubblicazioni stiano diventando mal viste dal pubblico. Proprio per evitare di farci insultare come al solito, avevamo pensato ad un'edizione di soli racconti, tralasciando di parlare di mal governo e politica e dando libero spazio alla fantasia. I soliti ben pensanti non hanno gradito neanche questa volta, ma soprattutto non hanno capito neanche questa volta. L'ultima edizione è stata pubblicata anche per prenderli in giro e per dirgli di non prenderci troppo sul serio. Invece puntuali sono arrivate le critiche e gli attacchi da chi magari non ha mai letto un libro, ma si permette di definire osceno un racconto in cui c'è scritta la parola "sodomizzazione". Da quello che ho letto nell' e-mail, Nello mi è sembrato molto su di giri, io gli ho risposto che in fondo un sacco di gente ci ha fatto comunque i complimenti, ma lui mi ha detto che si è veramente rotto e che ha in serbo una sorpresa per il prossimo numero. Non posso mancare. Ieri sera c'ho rimuginato tanto a questa storia, poi sono tornato indietro nel tempo e ho ripensato a quando abbiamo iniziato. Il primo numero della fanzine è datato 19 Maggio 2001. In barba alle leggi sulle pubblicazioni tappezzammo il paese di fogli A4, con un titolo che sembrava "nazista", ma altro non è che a storpiatura dell'antico nome del paese stesso. All'inizio tutti lodarono il nostro operato... "bravi questi ragazzi", "continuate così", "Voglio scrivere anch'io", "me lo pubblicate l'articolo sulle fontane?". Una crescita esponenziale di collaborazioni e pubblico ci ha accompagnato per diverse settimane. Poi, evidentemente, chi credeva che non avremmo continuato a lungo, cominciò a storcere il naso e allora vai con querele e contro querele. Oggi gestiamo una testata con autorizzazione del tribunale, che per accettare le motivazioni sul nome ci ha messo più di un anno. Lo spirito irriverente provocatorio che ci ha sempre distinto non si è perso. Qualcuno ci dice che dovremmo essere più decisi, qualcun altro teorizza che non riusciamo mai ad essere diplomatici e qualcuno ha provato anche a corromperci... Nello l'ha presa parecchio male e l'altro anche peggio: 30 giorni di prognosi e un naso che non è mai tornato come prima.