martedì, giugno 05, 2007

Second Life stupisce ancora, nel “mondo parallelo” c’è spazio anche per le orge

Si potrebbe anche dire che c’era da aspettarselo: su Second Life ora si fanno le orge. La notizia l’ha rivelata Hunk Sands, “inviato” del quotidiano on line ‘Affari Italiani’ nel mondo virtuale creato dalla Linden Lab, ma per i frequentatori più assidui non rappresenterà certo un vero scoop, almeno a giudicare dal gran numero di utenti che ha incontrato il giornalista nei luoghi in cui è entrato. Si torna a parlare della comunità virtuale più famosa del mondo quindi, e questa volta perché dal racconto pubblicato in rete da Sands emerge un altro aspetto non poco interessante dell’“altro mondo”; quello delle stanze a sfondo sessuale, dove decine di avatar si incontrano in quelle che sono delle vere e proprie sedute orgiastiche con ogni tipo di rapporto sessuale. Non è la prima volta che si parla di sesso su SL naturalmente, ma se in precedenza ci si era limitati a locali di streaptease piuttosto che ad altri di lap dance, ora la nuova frontiera sembra essere diventata quella del sesso di gruppo. Le immagini riprese infatti, sono inequivocabili e illustrano possenti personaggi maschili, guarda caso tutti super dotati, e donne provocanti, in pose e scene degne delle migliori riprese da cinema porno. A giudicare dalle presenze nelle stanze un indubbio successo che mette ancora una volta in risalto i lati oscuri di un mondo “parallelo” dove si può tranquillamente dare sfogo alla propria immaginazione, rimanendo comunque celati dietro ad una maschera, quella che i residenti si cuciono addosso nel momento della registrazione e della creazione del proprio avatar. Le stanze a sfondo orgiastico della “Seconda Vita” non hanno limitazioni all’ingresso e chiunque può recarvisi senza pagare nulla e cominciare da subito ad interagire con gli altri personaggi, cercando la gloria e la soddisfazione in un appagante orgasmo virtuale. Una volta entrati si apre la caccia e, con gli attributi riproduttivi sempre in bella evidenza, si cercherà di riuscire a convincere la (o il) partner prescelto a lasciarsi andare in effusioni reciproche. Ora è lecito chiedersi cosa è che spinge a cercare questo tipo di soddisfazione attraverso un’immagine in 3d e, soprattutto, quanto e come essa venga ritrasmessa sensorialmente nella realtà, ma forse tutto può essere semplicemente riportato all’interno di un ranch di discorsi sul bisogno (questa volta reale) di relazionarsi con gli altri attraverso le diverse forme offerte dai mezzi che si usano; e se è vero che su Second Life stazionano ormai qualcosa come sei milioni di utenti, che continuano a crescere esponenzialmente negli ultimi mesi, non c’è certo da stupirsi così tanto che il fattore sessuale incida molto sulle abitudini dei residenti. Del resto internet rimane comunque un mezzo usato non poco per la ricerca e il download di immagini porno e non pochi sono i personaggi che hanno dichiarato di soffrire di una sorta di porno-dipendenza legata alla rete; se si considera anche che su Second Life esiste il non trascurabile fattore ludico e quello non meno importante dell’anonimato, allora il dado è tratto. Il rischio più preoccupante sembra comunque essere quello di una deriva a cui un mezzo innovativo, e a modo suo rivoluzionario, come Second Life può andare incontro; sempre più utenti infatti, continuano a lamentarsi dell’uso non sempre corretto da parte dei residenti e anche le polizie di alcuni paesi stanno cominciando ad indagare su alcuni comportamenti che potrebbero essere ritenuti penalmente rilevanti. Una deriva che segnerebbe la fine di una piattaforma che a gran voce è stata definita come l’esempio riuscito e concreto della realtà virtuale.

mercoledì, maggio 09, 2007

Le nuove Lolite, sul cubo a 12 anni.

“Se fai la cubista sei una donna. Con i clienti della disco treschi soltanto se ti va. Puoi farti pagare se vuoi. Così ti diverti e ci guadagni! È come se fossi già grande, come se avessi un lavoro”. Chi parla è una principessa molto particolare; una principessa perché così la chiamano i suoi genitori separati, da cui probabilmente vorrebbe più attenzione. Lei, l’appellativo con cui la chiamano in casa se lo porta dietro quando va in discoteca, e poco importa se ha solo 12 anni; quando è sul cubo e sotto di lei i ragazzi la guardano vogliosi, sembra proprio che l’età non conti. Quella di “principessa” è una delle cinque storie raccontate da Marida Lombardo Pijola nel suo "Ho 12 anni, faccio la cubista, mi chiamano principessa. Storie di bulli, lolite e altri bimbi" appena pubblicato da Bompiani; un viaggio e un’indagine che la giornalista del Messaggero ha svolto nel mondo dei ragazzi tra gli 11 e i 14 anni, leggendo i loro blog, frequentando le loro scuole ed entrando anche nelle loro discoteche (spacciandosi per una mamma alla ricerca di sua figlia e minacciando di rivolgersi alle autorità quando gli hanno detto “i grandi non possono entrare”). Quella che ne esce fuori è una realtà per certi aspetti sorprendente quando non scioccante (Una bambina racconta di essere rimasta incinta e di aver abortito a 12 anni), che stupisce soprattutto per la normalità con cui le ragazzine parlano delle loro esperienze da donne vissute. Le stesse ragazzine che di mattina frequentano le medie e che al pomeriggio si trasformano varcando la soglia della discoteca; al posto dei libri l’olio per ungere il corpo, al posto di jeans e golfino, perizoma e, quando proprio non se ne può fare a meno, reggiseno, un piercing e qualche tatuaggio e il gioco è fatto, si sale sul cubo e si mimano i coiti con il palo per la lap dance, tanto è facile imparare a ballare “perché basta che accendi la Tv”. L’indagine della Pijola mette in risalto un mondo che i genitori non sembrano in grado di capire e che i media non hanno ancora captato; entrare nelle stanze dei propri figli è sempre più un tabù, ed è lì, nell’alcova di una cameretta che le ragazzine iniziano le loro esperienze nel “mondo dei grandi”, magari solo raccontando le proprie storie su un blog, ma magari anche vendendo i propri spogliarelli davanti alle web cam per pochi euro. I loro modelli sono quelli della società dello spettacolo, dove l’immagine viene prima di ogni cosa, e sono incarnati da Britney Spears e Paris Hilton. Va da sé allora, che per sentirsi come loro non basta solo essere riprese dai cellulari dei ragazzi, ma c’è bisogno di cose più “trasgressive”, come i rapporti sessuali a pagamento con ragazzi rigorosamente più grandi e magari sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente. È una nuova generazione quella inquadrata dalla Pijola, una generazione nata da un paio di anni a questa parte, che sta crescendo troppo in fretta e con il rischio concreto di rimanere presto bruciata sulla strada che porta al ‘sogno’ della notorietà.

giovedì, maggio 03, 2007

Quei volumi in cerca di un tetto

L’intento è dei più nobili: dare finalmente visibilità a quei libri nascosti nei cassetti della gente comune. Diari, storie di vita o immaginarie, saggi e quant’altro, che non hanno avuto modo di vivere il percorso che porta alla pubblicazione, ma che, per chi li ha scritti, significano già la realizzazione di un sogno, di un progetto che fa vivere le proprie sensazioni e le proprie emozioni su un foglio bianco, prima immacolato e poi portatore dei propri pensieri. A farli arrivare su uno scaffale romano ci penserà, per il secondo anno consecutivo, l’agenzia di servizi editoriali ''Il Menabò'' che in collaborazione con la libreria ''Liber.MenTe'', e quest’anno anche con il patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Culturali, dal 18 al 20 maggio ha organizzato la nuova edizione di “La casa dei libri”, una mostra che vuole dare ospitalità proprio a quei testi scritti non da autori famosi ma da gente comune. L'iniziativa prende ispirazione dal romanzo ''La casa dei libri'' di Richard Brautigan e l’intento è quello di accogliere la passione per la scrittura di donne, bambini e uomini che intendono aprire i loro cassetti reali e della memoria per condividere le loro opere, confrontando i canovacci e i vari stili narrativi e leggendo brani tratti dalle proprie creature cartacee. Una tre giorni dedicata alla passione per la scrittura quindi, dove bambini e anziani possano ritrovarsi vicini di banco per confrontarsi, leggere, ascoltare storie e perché no, anche per cercare di capire qualcosa sui meccanismi del mondo dell’editoria anche se, come ha tenuto a ricordarci Rosanna Romano, l’anima e la voce di questa iniziativa, l’idea di fondo di “Libri senza casa” non è quella di far trovare per forza di cose un editore che pubblichi i manoscritti proposti. “Piuttosto – sottolinea la Romano – il nostro intento è quello di accogliere quelle persone che vogliono ritrovarsi insieme anche solo per il piacere della scrittura, in un momento di confronto fra diverse esperienze e conoscenze. Per questo ogni sera, alla fine degli incontri, ogni autore sarà chiamato a leggere un estratto dai propri testi”. L’avvicinamento al mondo editoriale rimane quindi in secondo piano rispetto a simili iniziative che si sono susseguite negli ultimi tempi anche in altre città italiane, e questo perché, ci spiega ancora la Rossano, “noi vogliamo prima che i nostri autori capiscano che i meccanismi per arrivare alla pubblicazione sono irti di difficoltà e non sempre si ha a che fare con gente onesta. La prima cosa che ‘insegnamo’, infatti, è di imparare a diffidare dei tanti editori a pagamento presenti nel mercato. Quelli disposti a pubblicare anche opere che abbassano il livello della letteratura solo per una mera questione economica”. L’edizione di quest’anno, dopo il buon riscontro di interesse da parte di esperti e media riscontrato l’anno scorso, prevede la prima giornata dedicata interamente alla scrittura con la partecipazione di Annio Stati dell’Università La Sapienza; alla seconda parteciperanno scrittori già affermati e alla terza i partecipanti avranno modo di incontrare gli editori, tra i quali hanno già confermato la loro presenza “Giulio Perrone editore” di Roma e “Scrittura e scritture” di Napoli. Ma la novità più interessante rispetto alla passata edizione è quella che permetterà alle opere presenti alla mostra di rimanere a disposizione in libreria per tutto l’anno. I testi saranno esposti sugli scaffali della libreria Liber.MenTe in via del Pellegrino, 94 e potranno essere letti direttamente in libreria o presi in prestito in quella che diventerà una vera e propria biblioteca permanente di opere inedite. Per spedire i manoscritti invece c’è tempo fino al 15 maggio, tutte le informazioni per partecipare sono a disposizione sul sito www.ilmenabo.it.

mercoledì, maggio 02, 2007

La Chiesa se la prende con il nuovo "Pasquino"

Al concertone del primo maggio non sono mai mancate le polemiche e non poteva esimersi da questa tradizione l’edizione 2007 che ora corre il rischio di essere ricordata, più che per la qualità della proposta musicale della kermesse (in realtà meno soddisfacente degli altri anni) o per l’esordio alla conduzione di Claudia Gerini (da segnalare i sonori fischi dei 700mila quando ha rivolto un appello contro la pirateria), come per l’edizione contrassegnata dalle polemiche intorno alla Chiesa; la stessa che all’epoca di Wojtyla aveva accolto orde di giovani allo stesso concerto, organizzato per il giubileo in quel di Tor Vergata. Tutto ha inizio quando Andrea Rivera, il “citofonista” di “Parla con me”, sale sul palco nel pomeriggio per presentare la prima parte del concerto. In uno dei suoi interventi satirici, tra un omaggio ai morti sul lavoro e uno ai disoccupati, Rivera, che per i suoi spettacoli in strada si era conquistato il “titolo” di Pasquino di Trastevere, ha dichiarato di non sopportare il fatto che “il Vaticano abbia rifiutato i funerali di Welby. Invece non è stato così per Pinochet, a Franco e per uno della banda della Magliana. È giusto così. Assieme a Gesù Cristo non c'erano due malati di Sla, ma c'erano due ladroni”, il tutto condito da una premessa un po’ più piccante: “Il Papa ha detto che non crede nell'evoluzionismo. Sono d'accordo, infatti la Chiesa non si è mai evoluta”. Le prime voci di “sdegno” sono arrivate, di lì a poco, proprio dai padroni di casa; i segretari di Cgil, Cisl e Uil si sono subito dimostrati fortemente critici verso Rivera e Angeletti della Uil ha parlato di “dichiarazioni molto stupide che non condivido”. Ma la vicenda, a quel punto, era ancora alla fase embrionale perché, a rincarare la dose, ci ha pensato qualche ora dopo l’Osservatore Romano, che mai come in questo periodo si sta dimostrando pronto a monitorare e a stigmatizzare tutti i messaggi di dissenso. Toni forti quelli usati dal giornale d’oltretevere, che ha definito le parole di Rivera “Vili attacchi al Papa” e si è poi spinto ancora più in là assimilando la performance del conduttore al terrorismo. "E' terrorismo - spiega il giornale vaticano - lanciare attacchi alla Chiesa. E' terrorismo alimentare furori ciechi e irrazionali contro chi parla sempre in nome dell'amore, l'amore per la vita e l'amore per l'uomo. E' vile e terroristico lanciare sassi questa volta addirittura contro il Papa, sentendosi coperti dalle grida di approvazione di una folla facilmente eccitabile". L’Osservatore ribadisce poi la pericolosità delle frasi in un contesto che vede quotidianamente “attacchi e minacce, pesanti, rivolte al presidente della Cei in un'offensiva che cerca di trovare terreno fertile nell'odio anticlericale". La bomba arriva all’improvviso sulle scrivanie delle segreterie ed è tutto un fiorire di condanne contro Rivera, fino alla richiesta delle pubbliche scuse alla Chiesa e ai sindacati stessi fattagli da Bonanni, leader della Cisl, il cui vecchio segretario, Savino Pezzotta, è ora portavoce del family day. A fare da contraltare alla posizione del Vaticano è arrivata la dichiarazione di Sandro Curzi, consigliere di amministrazione Rai. “Mentre le pagine dei giornali sono piene delle minacce terroristiche al presidente della Cei e delle polemiche sul family day – scrive Curzi – è francamente irresponsabile buttare benzina sul fuoco per meschine strumentalizzazioni politiche. A prendere le distanze e a chiarire tempestivamente l’episodio sono intervenuti tutt’e tre i segretari confederali e il direttore di Rete Tre. Che si voleva di più? Che bruciassimo in piazza Rivera? Che si dimettesse il governo? Che Marx chiedesse scusa per essere venuto al mondo? Dispiace – conclude l’ex direttore di Rai Tre – che anche l’Osservatore Romano, che nella sua storia ci aveva abituati a ben altri e alti toni, si sia lasciato coinvolgere da un clima che tutti gli uomini di buona volontà dovrebbero cercare di svelenire piuttosto che caricare di rancorosa propaganda. Scrivere quello che ha scritto l’Osservatore, significa in tutta evidenza rischiare di fare esattamente ciò di cui si accusa l’avversario, anzi il ‘nemico’”. Il giovane conduttore, intanto, stupito e dispiaciuto dal polverone, ha voluto ribadire attraverso il suo sito che la sua è una satira che “vuole invitare a riflettere e non certo a creare un clima di odio e istigazione inutile e pericolosa”, peccato che il suo messaggio abbia avuto tutto un altro effetto.

mercoledì, aprile 25, 2007

“Predatori notturni”, rivive la strage di Ustica

Sono passati quasi trent’anni, ma i misteri e i lati oscuri che circondano le vicende della strage di Ustica sono ancora presenti nella mente degli italiani. Era il 27 giugno 1980 quando il DC-9 del volo dell’Itavia da Bologna a Palermo precipitò in mare causando la morte di 81 persone. Una vicenda oscura e segnata da intrighi internazionali, che al pari di altri tristi avvenimenti hanno segnato la storia del nostro paese nei decenni più tribolati della democrazia italiana. Oggi queste vicende tornano a vivere nel thriller del momento, scritto dal produttore Usa Joseph Farrel, che in “Predatori notturni” intreccia realtà e finzione per raccontare anche il dopo strage e, con una scrittura quasi cinematografica, dà nuova linfa ad un dibattito che si prolunga da decenni e a cui nemmeno i giudici dei tribunali che si sono occupati del caso hanno saputo dare una soluzione definitiva. Lo scrittore, autore soprattutto di molte sceneggiature tra cui “War games: giochi di guerra” e produttore di numerosi film, oltre che personaggio influente di Hollywood, dove le sue consulenze sono preziose per le più note major, incentra la storia sulla figura dell’armatore anconetano Aldo Davanzali, proprietario del DC9 morto nel 2005 a 83 anni, che nella realtà si è battuto con tutte le sue forze contro l’accusa di cedimento strutturale; quell’accusa che comportò lo sgretolamento del suo impero economico (ancora oggi in sede civile pende una sua richiesta di risarcimento dallo Stato per 850 milioni di euro) nel tentativo di far emergere la verità: attentato o abbattimento fortuito durante esercitazioni militari che sia. In “Predatori notturni” invece, il proprietario della compagnia aerea si toglie la vita poco dopo l’incidente, e sarà la figlia, testimone del gesto del padre, a voler compiere tutte le indagini affinché si riesca a dimostrare che nessun guasto meccanico avrebbe mai potuto causare l’esplosione dell’aereo. Sembra che anche il libro comunque, stia portando con se strascichi polemici, ad ennesima dimostrazione di come attorno alla vicenda di Ustica aleggi un alone di mistero invalicabile; Farrel infatti, partecipando alla serata romana di presentazione del libro, ha dichiarato di essersi cominciato ad interessare al caso dopo aver avuto diversi contatti proprio con Davanzali, conosciuto grazie a sua moglie, l’attrice italiana Jo Campa. Di questi contatti non ci sarebbe però traccia tanto che le figlie e uniche eredi di Davanzali, Luisa e Tiziana, e l'avv. Mario Scaloni, legale di famiglia, hanno diffuso una nota congiunta per prendere le distanze dall'operazione editoriale. Le figlie di Davanzali, dice la nota, «non sono state per nulla interpellate in merito al romanzo, né hanno concesso alcuna autorizzazione alla pubblicazione del libro, avendone sorprendentemente appresa notizia solo dalla stampa. Neanche l'avv. Davanzali, quando era ancora in vita, ha mai accennato loro di contatti con l'autore del romanzo». L’autore ha tenuto comunque a precisare che gli avvenimenti raccontati sono frutto della sua fantasia anche se poi sono tutti i dettagli originali a dare il via allo sviluppo di un intrigo che già nella realtà ha abbondantemente dimostrato di essere adattabile al genere fanta-thriller. La protagonista è Teresa, figlia del proprietario della compagnia aerea Aero-Italia di cui faceva parte nel romanzo l’aereo abbattuto. Dopo averlo visto suicidarsi la giovane decide che diventata adulta avrebbe riabilitato ad ogni costo la memoria del padre. Comincia così le sue indagini facendosi aiutare da Robert Evans, giornalista del Washington Post, l’unica persona che aveva mostrato dubbi sulla sentenza, e i due correranno più volte il rischio di perdere la vita a causa di attentati contro di loro fino ad arrivare all’immancabile finale a sorpresa, quello che ancora oggi manca, purtroppo, nella realtà.

mercoledì, aprile 18, 2007

Lavorare diverntedosi? Con i videogame si può

E’ arrivato lunedì in libreria e si prefigge di essere il punto di riferimento per gli appassionati del settore videoludico che vogliono capire cosa ci celi dietro la grande industria del divertimento interattivo. Parliamo di « Pagati per giocare – come far carriera nel mondo dei videogiochi e continuare a divertirsi», libro edito da Multiplayer.it che racconta il mercato lavorativo esistente nel comparto dei videogiochi. Un mercato che cresce di anno in anno, che ha ormai superato anche quello del cinema, e che al suo interno contiene decine di figure professionali, tutte indispensabili alla buona riuscita del prodotto : dal game designer al programmatore, dal tecnico audio al giornalista videoludico…allo sviluppatore…al manager fino anche a chi i videogiochi li deve provare, dei veri e propri game tester umani chiamati a verificare l’effettiva giocabilità della piattaforma in uscita e i problemi che si potrebbero verificare una volta in mano agli utenti! “Pagati per giocare”, scritto a sei mani da David S.J. Hodgson, Bryan Stratton, Alice Rush, è una guida, ma anche un manuale per chi volesse provare ad entrare nell’industria, ormai una delle più competitive al mondo, di un mondo professionale ancora non troppo conosciuto e forse poco considerato. Il tutto con numerose interviste a professionisti di spicco nel settore che svelano i segreti per emergere e cosa si deve aspettare chi entra nel campo dei videogiochi; 264 pagine in cui oltre 250 anni complessivi di esperienza nel settore vengono raccontati in modo esaustivo, completo e dettagliato. Per capire meglio il mondo dei videogiochi visti dal di dentro, gli autori si sono soffermati sulle diverse caratteristiche dell’impresa: da che “genere di lavoro si può svolgere” a “cosa accade realmente negli studi di sviluppo di un videogioco”, da “il buono, il brutto e il cattivo di ogni professione nel mondo dei videogiochi” a “come assicurarsi il primo impiego nel proprio particolare ambito di interesse” per “trasformare la propria passione di una vita nel lavoro della vita”. Un libro, come recita il comunicato stampa, che vuole essere un ottimo aiuto per tutti coloro che “Stanno cercando materie da studiare a scuola o all'università. Si stanno chiedendo quale potrebbe essere la più divertente area professionale. Sono interessati a quel che accade veramente dietro le quinte dell'industria dei videogiochi. Stanno lavorando, ma le fatiche terrene li hanno spossati e cercano qualcosa di nuovo. Sono genitori e vogliono capire cosa c’è dietro la passione del figlio. Gli autori di “Pagati per giocare” sono due scrittori di videogiochi e una consulente del lavoro che hanno una vasta esperienza del settore e che hanno vissuto anni e anni dietro alle ultime novità del settore videoludico seguendo i lanci di una dozzina di console, la nascità di marchi multimilionari e la morte di altri; recensendo qualcosa come un migliaio di titoli e intervistando le “leggende” che hanno fatto la storia dei videogiochi: dal fondatore di Valve Software, Gabe Newell, fino a Toru Iwatani, l’inventore di “Pac-Man”. Ora si sono messi insieme e le loro esperienze sono diventate il manuale per chi è affascinato dai videogiochi e non vorrebbe far altro che lavorare divertendosi, quale migliore occasione?

martedì, aprile 10, 2007

I falsi miti della medicina

C’è chi al primo piccolo sintomo di un qualsiasi tipo di dolore sente la necessità di ingurgitare una pillola o uno sciroppo o, meglio di no ma in alcuni casi ci vuole, una supposta, convinto che qualsiasi malessere, sia esso mentale o fisico, possa essere curato solo attraverso i medicinali e c’è anche chi alla medicina tradizionale cerca alternative di diverso genere, come le terapie a base di erbe, l’agopuntura o altro. Tutti comunque alla ricerca di un sollievo al dolore attraverso terapie più o meno consone. Ma c’è anche chi oggi, dall’alto della propria esperienza di studioso di biologia e biochimica, e con alle spalle una carriera da giornalista in riviste scientifiche come “Stern” o “Die Zeit” ha iniziato una campagna di controinformazione verso l’attuale sistema di cure terapeutiche. Parliamo di Jorg Blech, oggi giornalista di “Der Spiegel” che ha da poco dato alle stampe, per i tipi di Lindau, “La medicina che non guarisce – Come difendersi da terapie inutili e nocive”, un libro che arriva dopo il suo best seller “Gli inventori delle malattie” e che ne rappresenta il seguito naturale. L’attacco di Blech è una tesi ragionata e approfondita su quanto in realtà molte delle attuali risorse terapeutiche si rivelino del tutto inefficaci, se non dannose, e paiono il risultato di errori, false conclusioni e interessi economici. La controprova? Per Blech è tanto facile quanto scontata: basti pensare che “quando i medici diventano pazienti, essi si sottopongono alle cure che consigliano ai loro assistiti solo raramente, perchè sanno benissimo quali tra esse siano davvero necessarie o utili”. Non tutta la medicina è da mettere al bando naturalmente, su questo l’autore è ben consapevole, e l’attacco, scritto con ritmo incalzante e piglio giornalistico, è mirato verso quei miti diffusi nella scienza di Ippocrate, che spesse volte nascondono solo i grandi interessi delle case farmaceutiche, di cliniche e specialisti. Quello che dovrebbero fare i pazienti per non cadere nelle mani delle terapie inutili e nocive è, per Blech, molto facile; la causa di tutto ciò è “la comoda disinformazione dei pazienti” e in questa situazione “sapere rappresenta un presupposto fondamentale per determinare un salto di qualità nella medicina moderna”. È l’ultimo capitolo del libro, quello in cui vengono stilate le sette semplici regole per destreggiarsi fra le terapie inutili e le domande-chiave da rivolgere al medico qualora questi gli suggerisse un intervento. É solo così, diventando dei “consumatori” ben informati anche nell’ambito della sanità, che si può evitare il rischio di imbattersi in prassi mediche normalmente accettate, ma che nascondono rischi e pericoli in grado di danneggiargi. Una tesi riconosciuta anche da “Ciò che i dottori non dicono” di Macro edizioni, che mette in primo piano anch’esso i rischi e si ripromette di svelare la verità sui pericoli della medicina moderna, o da “Come impedire al vostro medico di nuocervi” in cui l’autore, Vernon Coleman, basandosi su dati scientifici acquisiti nelle sue ricerche sferra un duro attacco alla figura del medico, considerata come quella in grado di fare più male ad una persona. Ma forse il problema non è solo legato alla classe medica e ci sarebbe da riflettere, come hanno fatto quelli di Nuovi Mondi Media con “Farmaci che ammalano”, sulla frase pronunciata tre decenni fa da Henry Gadsen, direttore generale di una delle principali case farmaceutiche al mondo, la Merck Il suo sogno? Quello di riuscire a creare farmaci per le persone sane, così da poter vendere proprio a tutti. Oggi questo sogno sembra essere diventato realtà e rappresenta il punto di forza di un mercato che risulta essere tra i più redditizzi al mondo.

lunedì, aprile 09, 2007

Retrogaming, ritorno al fututo

Se da un lato le tecnologie applicate all’arte videoludica stanno consentendo ai nuovi videogames di essere paragonabili, graficamente, a veri e propri film di animazione in 3d, dall’altro c’è chi ha rinunciato già da un pò a stare al passo coi tempi e preferisce molto di più dedicarsi a quei giochi che hanno fatto la storia dei videogames. Tecnicamente si definisce “retrogaming”, un neologismo che indica proprio quel movimento di persone che si dedicano ai videogiochi di vecchia data. Un fenomeno che vede i protagonisti confrontarsi con i vecchi titoli attraverso i remake o grazie a degli emulatori. Ma la passione per l’“usato” non si limita ai soli software; esiste infatti anche un piccolo mercato di compravendita di vecchie consolle per videogiochi come “Atari2600” o il validissimo “Commodore 64”. Oggi che la Sony sta spingendo sul mercato la terza Playstation inoltre, la prima nata della serie è divenuta anch’essa oggetto di culto. Quella che può essere considerata la data di nascita del fenomeno retrogaming è il 5 febbraio del 1997, giorno in cui l’italiano Nicola Salmoria rilasciò la prima versione di MAME, l’emulatore capace di riunire tutti quelli già disponibili in rete in un unico programma in grado di eseguire più giochi, dai sei della prima versione agli oltre 3000 supportati nell’ultima rilasciata a febbraio 2007. MAME è composto da varie parti in grado di emulare completamente le architetture tipiche delle macchine arcade che si trovavano nei bar e nelle sale giochi; il suo spirito non è comunque quello di evitare ai giocatori di pagare per giocare, ma solo quello di preservare questi giochi e di documentarne l'hardware. Storicamente il poter giocare col MAME è infatti considerato dai suoi creatori un "nice side effect" (piacevole effetto collaterale). Resta comunque da capire cosa spinga un pubblico giovane e meno giovane a confrontarsi con titoli che, sia graficamente che tecnicamente, non rappresentano il massimo del divertimento; ma la passione sembra coinvolgere intanto una gran fetta di pubblico, e questo anche naturalmente grazie alla rete che offre non poche opportunità di approfondimento del genere. Non è infatti difficile trovare siti specializzati che raccolgono forum di discussione e, soprattutto, tante recensioni di titoli scomparsi dalla memoria collettiva, ma ancora presenti in quella dei retrogamers; è così che affianco alla descrizione dell’ultimo sparatutto per Playstation o X-box, è possibile leggere di "Summer 1975. A Nightmare awaits me", il primo gioco ad apparire su Neo Geo nel “lontano” 1990, piuttosto che di “Sonic”, il titolo che nell’estate del 1991 riuscì a risollevare le sorti del Mega Drive, alle prese con la forte concorrenza della Nintendo. È il caso di gameplayer.it che al retrogaming dedica una sezione al pari di quelle sui nuovi titoli o di underground-gamer.com, che oltre ad offrire una gamma vasta di giochi per quasi tutte le vecchie piattaforme Amstrad, Commodore etc. contiene una sezione dedicata alle vecchie riviste sui videogiochi in formato Pdf. Il sito per eccellenza sul fenomeno resta comunque retrogaming.it, che anche se aggiornato un po’ troppo lentamente presenta, oltre alle classiche recensioni, un forum, notizie, curiosità e interviste con tecnici del settore. Ad accorgersi del fenomeno però non sono stati solo i vecchi nostalgici di giochi come Double Dragon o Tetris e sembra che anche le aziende si siano adattate velocemente; la coreana GamePark Holding ad esempio, per ritagliarsi uno spazio nel mercato delle consolle portatili, dominato da Nintendo e Sony, ha puntato, per la sua Gp2x, proprio sul retrogaming offrendo ai propri giocatori un’importante mole di titoli relativi a capolavori videoludici del passato, anche recente. È forse la consacrazione di un movimento che, non rifiutando il presente dell’arte videoludica, sta tornando agli albori del settore, quando per divertirsi bastavano ancora pochi pixel.

sabato, aprile 07, 2007

Malatempora, la forza di andare controcorrente

A definire la Malatempora solo come una casa editrice si può correre il rischio di essere riduttivi. Certo, materialmente è un’impresa che produce libri, ma tale impresa è vissuta con uno spirito e, soprattutto, con una circolarità di idee che rimangono molto lontano da quello che è oggi il mondo dell’editoria italiana. “Alla Malatempora non si vendono libri, ma si pubblicano idee”; è quello che mi sentii dire in uno dei miei primi giorni a fianco di Angelo Quattrocchi, l’anima di una realtà editoriale che, nonostante le difficoltà e i paletti imposti da quello strano marchingegno che risponde al nome di “distribuzione”, può vantare all’attivo più di cento titoli in catalogo e una prospettiva per il 2007 di 25 nuove uscite. Potrebbero sembrare numeri risicati, ma solo per chi non conosce a fondo un mercato che sta tendando in tutti i modi di tagliare fuori dalle librerie i piccoli editori per lasciare così spazio sugli scaffali alla produzione dei grandi gruppi. A questo si aggiunga anche il fatto che la Malatempora non le ha mai mandate a dire e che i suoi titoli hanno spesso subito, e subiscono ancora, una quasi totale censura da parte dei media, preoccupati di doversi trovare ad analizzare temi “scottanti” che il più delle volte preferiscono nascondere, e il quadro è completo. A queste problematiche i tipi di Malatempora stanno reagendo con il rafforzamento della politica delle vendite on-line (è possibile acquistare i loro libri dal sito www.malatempora.com con sconto del 20% e spedizione gratuita). Il collettivo alla base della casa editrice non si arrende e continua a pubblicare titoli che qualsiasi altro editore avrebbe paura solo a leggerli; come “Uranio impoverito” del 2006, il libro intervista all’ammiraglio Falco Accame, che da sempre denuncia i danni dell’agghiacciante arma sui civili e sui nostri militari, o come la terribile storia di Francesca B., nome in incognito dell’autrice di “Plagio”, uno degli ultimi usciti, la vera storia di un plagio mentale perpetrato ai danni di un uomo che ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia. E per il futuro un titolo che vuole smuovere ancor di più le coscenze, un libro che uscirà in concomitanza con il family day: “no no no Ratzy non è gay”, che in quarta di copertina recita: “Nei palazzi romani lo sussurrano, e nei ristoranti, nelle discoteche, nei bar, tra un Campari e un tramezzino lo raccontano. Sarà vero? No, non è possibile! Eppure, quei cappellini così carini, quelle scarpette rosse di Prada… e quel segretario così bello, alto, biondo e tanto ariano… No, non può essere vero. In fondo ce l’ha tanto con quelli lì! No, no, no, il Papa non è gay!”, e non credo ci sia da aggiungere altro… Per quanto riguarda il presente invece, è disponibile da qualche settimana “Ultimi fuochi”. Un libro che il sottoscritto ha visto passare sotto le proprie mani più di una volta nella sua, per così dire, “fase embrionale”. Una fase embrionale che in realtà dura da tren’anni perché l’ultimo nato in casa Malatempora è un testo scritto dallo stesso Quattrocchi negli anni ’70 e che è rispuntato fuori oggi, rieditato e pubblicato nel trentennale del ’77. “Ultimi fuochi” arriva da lì, da quegli anni che oggi più che mai stanno tornando sulle pagine dei giornali. Un libro per descrivere, con lo stratagemma del thriller fanta politico, il finale della ribellione che fini nella tragedia dell’ammazzamento di Moro. Un libro da leggere proprio perché non è un libro sugli anni ’70, ma un libro degli anni ’70, scritto allora da uno dei protagonisti storici del movimento, di quelli che non scelsero la strada della violenza, bensì quella della creatività.

mercoledì, aprile 04, 2007

Appello degli "indipendenti", boicottiamo le radio private

Proprio la settimana scorsa, su queste stesse pagine, avevamo descritto il processo di omologazione in atto, ormai da troppo tempo, nella programmazione musicale delle maggiori emittenti radiofoniche private del nostro paese. Un fenomeno sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo di sensibilità musicale e che sia in grado di capire come le playlist trasmesse dai grandi network, assomiglino ormai ad un gran polpettone proposto e riproposto più volte al giorno in modo analogo da tutte le emittenti nazionali. Ora, e noi non possiamo che esserne contenti, qualcuno sta cercando di invertire questa tendenza per consentire anche alle produzioni e agli artisti independenti di avere una rilevanza mediatica che troppo spesso gli viene negata; è notizia di ieri infatti, che l’Audiocoop, l’associazione che riunisce più di 100 etichette indipendenti pop rock nata dopo l’esaltante esperienza del MEI del 2001, ha proclamato una giornata di sciopero contro i grandi network radiofonici e televisivi che non trasmettono piu' produzioni indipendenti ed emergenti e i dischi d'esordio dei nuovi artisti italiani, ''danneggiando gli investimenti di ricerca e sviluppo del settore e tutta la nuova musica italiana''. L’invito rivolto agli ascoltatori è quello di spegnere le frequenze delle radio e delle tv che non danno spazio alla nuova musica indipendente, emergente e degli esordienti per il 21 giugno, giorno della Festa Europea della Musica. Per questo è in fase di preparazione un appello rivolto a artisti, promoter, associazioni, circoli appassionati e utenti della radio e tv, ma nel frattempo sono state già raccolte molte adesioni di sostegno. Come quella del sottosegretario ai Beni Culturali, Elena Montecchi, una delle prime ad appoggiare l’iniziativa già a novembre, quando si è svolto un incontro con la Siae e più di venti rappresentanti del settore durante il Mei, il Meeting delle etichette indipendenti. In seguito a questa e ad altre iniziative, come ci ricorda il presidente di Audiocoop Giordano Sangiorgi, è stato rivolto un appello alle trenta radio e tv musicali più influenti nel panorama nazionale al quale nessuno ha mai risposto; si è passati quindi ad organizzare una forma di protesta che mira a sensibilizzare, oltre agli editori, anche il pubblico. “Quello stesso pubblico – ci ricorda ancora Sangiorgi - che sta già abbandonando le radio e le televisioni che non fanno ricerca e sviluppo, e che sempre più preferisce rivolgersi alle web radio e, quando possibile, a radio locali più attente alla produzione ‘altra’”. Proprio l’attenzione verso il pubblico ha spinto alla protesta; un pubblico “negato” alle realtà indipendenti che non hanno spazio sui network, ma che dimostrano invece di essere molto apprezzate quando si esibiscono dal vivo. Il poco spazio a disposizione sui media più famosi impedisce comunque la crescita del settore e, allo stesso tempo, comporta un grande danno culturale al paese negandogli la possibilità di conoscenza di una produzione musicale viva e, diciamoci la verità, molto più interessante di tanta “buona musica” proposta quotidianamente dai dj più famosi. Oltre alla giornata di sciopero, Sangiorgi ci ha comunque confermato che le iniziative non si fermano qui, e che continuerà il dialogo con il Governo attraverso il Tavolo della Musica; un’iniziativa che ha già dato degli ottimi risultati con sgravi fiscali nell’ultima finanziaria, la riduzione dell’iva e dell’Enpals per le esibizioni live delle band emergenti e una nuova Legge per la Musica che sta per avviare il suo iter parlamentare. Tra i prossimi appuntamenti di Audiocoop, invece, il 12 maggio un convegno sulla tutela e lo sviluppo della biodiversità musicale che si terrà al festival della Musica nelle Aie a Castel Raniero con Slow Food Italia come ospite e il 1° giugno a Bologna l'incontro tra i 100 festival per emergenti del Circuito Mei Fest.