mercoledì, gennaio 11, 2012

Introduzione al Terzino

Qui di seguito la nota introduttiva scritta per Il terzino nella grappa, il primo libro curato interamente dai Refusi che ha visto la luce qualche settimane fa in un'affollatissima presentazione durante l'Arziwinter. Cercatelo nelle librerie che lo espongono in vetrina dalle nostre parti, su facebook o richiedetelo direttamente a noi all'indirizzo info@refusi.com. Sarà un piacere darvelo "in pasto".

Marsica, Abruzzo, la regione a più alto tassoalcolico d’Italia, ma anche quella che ha dato i natali al genio di John Fante, “scappato” in America per tornare poi, qualche decina di anni dopo, a far conoscere in tutto il mondo la terra verde d’Europa attraverso le gesta di Arturo Bandini e della sua famiglia. La madre del poeta romano Ovidio, del vate D’Annunzio e, per rimanere nella “zona del Fucino”, dell’indimenticabile Silone di Fontamara, passato sui banchi di intere generazioni e spaccato storico e sociale di una terra arida ma combattiva, ferita più volte da guerre e terremoti ma sempre pronta e capace di rialzarsi. Marsica, Abruzzo, il minimo comune denominatore per nove scrittori scelti e ospitati in questo piccolo, giovane libro. Una produzione che è un progetto aperto sul futuro e una scommessa per noi Refusi, che lo abbiamo curato e prodotto, e per gli autori stessi che ci hanno prestato il loro impegno trasformato in inchiostro. Un progetto che ha la sua genesi storica tutta nel titolo: Il terzino nella grappa, un’ispirazione “rubata” a un’altra vicenda letteraria, un po’ più grande e un po’ più distante. The catcher in the Rye è il titolo in lingua originale de Il giovane Holden di Salinger, ma il suo editore italiano ritenne che una traduzione letterale sarebbe stata incomprensibile al pubblico nostrano perché il titolo si basava su un gioco di rimandi alla cultura popolare anglosassone («un po’ come se in Italia si dicesse “il terzino nella grappa”»). Noi invece siamo partiti proprio da lì, da quella possibilità scartata ma piena di potenziali significati, per trovare la giusta impressione da dare in pasto alle nostre 9 penne marsicane, che ne hanno fatto quello che hanno voluto. I racconti venuti su da una tale indicazione “sradicata” sono assolutamente estranei l’uno dall’altro eppure, a voler fare un esercizio di critica, parlano tutti della stessa cosa, in un modo che ci ha sorpresi ognuno racconta di un terzino nella grappa. Quello che avete tra le mani, dunque, è il risultato di un lavoro collettivo fatto di passione per la letteratura, per la scrittura e per l’editoria, che si dimostra essere presente anche in una zona che non sempre, nonostante i suoi famosi rappresentanti del passato, lo ha dimostrato. Il terzino nella grappa è tutto questo e, soprattutto, tutto quello che vorrete vederci voi leggendolo, che siate lettori accaniti o semplici curiosi interessati a capire cosa fermenta nella mente di chi è cresciuto attraversando la conca del Fucino, il Parco Nazionale d’Abruzzo e la Valle Roveto…

martedì, settembre 13, 2011

Aspetta primavera Lucky, l'editoria ai tempi del brand.

Pubblicato originariamente sul blog dei Refusi
Essere un lavoratore dell’editoria del terzo millennio significa, in gran parte dei casi, soffrire di una crisi che da ormai troppo tempo investe il settore. Essere un lavoratore dell’editoria autonomo, altrimenti detto freelance, invece può anche significare di vivere in crisi economica ed esistenziale per 350 giorni all’anno (dal conto si possono provare a escludere le feste comandate che servono pur sempre a dare un po’ di sollievo). Soldi da racimolare per pagare l’affitto e notti insonni a cercare di farsi venire una benedetta idea che permetta di cambiare le cose; tempo e denaro spesi tra brunch e happy hour a cui partecipare per conoscere le “persone giuste”, e-mail inviate senza ricevere quasi mai risposta e tante forze impiegate a cercare di recuperare crediti per lavori svolti tre o quattro (se tutto va bene) mesi prima.

È la dura vita dei lavoratori dell’“industria” editoriale; spesso senza diritti contrattuali, ma non esenti dal dover rispettare tempi di consegna da maratoneti e sempre alla ricerca di nuovi appigli cui aggrapparsi per non scomparire nel grande buco nero dell’anonimato.

È quella stessa dura vita raccontata sarcasticamente e con gran talento da Flavio Santi nel suo Aspetta primavera, Lucky, romanzo uscito a inizio anno per inaugurare “Luminol”, la nuova collana dei tipi della Socrates.

Un libro che, scimmiottando il titolo e il personaggio di fantiana memoria e accostandosi alla Vita agra di Bianciardi, ci guida in un mondo fatto di licenziamenti di bravi direttori editoriali per far posto al raccomandato di turno e di bollette scadute; di conduttori televisivi che si occupano di libri senza averne mai letto uno e di scrittori ormai vittime del loro essere diventati brand. Il talentuoso traduttore Fulvio Sant, alter ego dell’autore, è così costretto a rifugiarsi “mettendo la testa sotto terra”, come fanno gli struzzi, tappandosi le orecchie e cercando di (r)esistere, pesando quotidianamente le proprie traduzioni per capire se il numero di pagine basterà per luce, gas e telefono a fine mese.

Gli incontri con i personaggi grotteschi che popolano le scrivanie che contano, editori che non pagano (e a voler cercare il pelo nell’uovo ci sarebbe da chiedere all’autore il perché della scelta di non fare i nomi in un libro in cui i riferimenti a cose e persone sono tutt’altro che casuali), una compagna fissa e una con cui soddisfare i bisogni sessuali, la scrittura destrutturata tra il ghostwriting e i mille corsi per improbabili studenti universitari pur di farla diventare pane quotidiano… la vita di Fulvio Sant è tutto quello che non si sarebbe mai aspettato di dover affrontare dopo gli studi, le lauree e i master conquistati con sudore nel tempo. Ma la realtà che emerge dalle pagine di questo piccolo dramma generazionale è ben più amara e allora, a ben vedere, è lui che può permettersi di aggiornare proprio l’autore della Vita agra su quello che è diventato il “suo” mondo oggi: «Caro Bianciardi, tu non puoi saperlo, ma noi siamo la prima generazione di intellettuali-operai. Che buffo, una volta Flaiano ha scritto: “Non ci restano che gli artisti a voler sembrare operai”. Adesso lo siamo diventati per davvero, e non per posa snobistica. […] Senza soldi, senza futuro e senza nulla da perdere e da rimpiangere». Già, una realtà decisamente amara e un libro da far leggere a tutti quelli che, al primo incontro, sono abituati a chiederti: «E tu che lavoro fai?».

Flavio Santi, Aspetta primavera, Lucky, Socrates, Roma 2011

martedì, giugno 28, 2011

Annunciazio' annunciazio'

Il testo di presentazione di Arzibanda 2011.

Sì sì, lo sappiamo che un po’ in tutta Italia si stanno festeggiando i 150 anni dell’unità, ma lasciateci essere orgogliosi di potervi invitare a un altro tipo di celebrazione, ché essere arrivati alla QUINDICESIMA ARZIBANDA è cosa grossa per noi e per tutti quelli che negli anni hanno avuto a che fare con questa sorprendente esperienza.

Questo è dunque un invito per chi crede che sia realmente possibile organizzare il caos e che la qualità sia ancora meglio della quantità, per chi ama condividere un bicchiere di vino tra piazze e piazzette e per chi vuole tornare a vivere le strade del nostro vecchio paese come mai si riesce a fare durante l’anno.

Questa è un’esortazione a godere della gioia e della spensieratezza, dei balli e delle goliardate, di bande sgangherate e di suoni evocativi che accompagnano i sogni. Un invito per chi le maschere da saldatore è abituato a vederle addosso a chi lavora sui binari al sole e non se le aspetterebbe mai sopra un palco indossate da celati musicisti “fuori dal comune”.

È un invito a venire a vedere e a testare con mano come in questa festa tutti possano sentirsi partecipi e tutti siano contenti di dare una mano, sudando a lungo prima e gioendo poi, magari dopo aver montato un palco sotto il cielo estivo o dopo aver cucinato mille arrosticini.

Questo è un invito a venire ad ascoltare Ascanio Celestini e la sua “lezione” sul razzismo, le sperimentazioni musicali dei This Harmony e le atmosfere reggae dei Franziska. A togliere i freni alle gambe con i ritmi balcanici della Zastava e poi ancora a godersi il blues elettronico dei The Cyborgs, la musica per barbieri dei BahBohMah, le rime in romanesco del Muro del Canto e le contaminazioni del jazz gustando un aperitivo multietnico, anche quest’anno offerto dalle comunità degli immigrati durante quella “Festa dei colori” che tornerà a mischiare e unire culture e tradizioni lontane.

Questo è un invito ad aiutarci a rendere Arzibanda ancora una volta speciale; con la vostra partecipazione, i vostri sorrisi e la voglia, genuina, di divertirvi insieme a noi. Se state pensando di farci un regalo, sappiate che questo, a noi, è quello che piace di più!

martedì, giugno 21, 2011

Il giornalismo informatico ai tempi di Brunetta

Qualche giorno fa l’aitante ministro Brunetta disquisiva davanti a una telecamera sui giornali informatici in cui lavorano centinaia di precari sfruttati della becera e ipocrita sinistra. Il ministro si era forse dimenticato però, dannata memoria, di un altro giornale online, finanziato dalla sua fondazione e affidato a un’agenzia di comunicazione che cura la sua immagine anche su facebook e che stipendia una persona addetta a cancellare gli insulti che gli vengono rivolti ogni volta che lui se la prende con il mondo intero.

Io in quella agenzia c’ho lavorato. Ho cominciato il mio rapporto con loro mercoledì 8 giugno e sono stato licenziato ieri, lunedì 20 giugno. Escludendo quella volta di qualche anno fa in cui andai a fare volantinaggio e smisi dopo due giorni per una sorta di gotta ai piedi, posso dire con certezza che sia stata l’esperienza lavorativa più breve della mia vita.

Ora, c’è da dire che là dentro mi stavo facendo un fegato grosso così a sopportare le linee editoriali dettate dai diversi clienti a cui si doveva far dei piaceri evitando di dare notizie scomode, ma il lavoro è lavoro e allora si andava avanti cercando di ottemperare le richieste di un silenziosissimo “direttore senza direzione” e degli altri “redattori senza redazionali” con più esperienza alle spalle.

E il fegato grosso così mi si è fatto anche nel sentirmi dire che per fare una notizia sui loro siti basta cambiare il titolo, l’attacco del pezzo e poi fare comodamente copia e incolla dalla fonte originaria (“Soprattutto da Dagospia che quelli non sono indicizzati dai motori di ricerca!!!”). Poi fa niente se il motivo per sbatterti fuori è che hai fatto copia e incolla per inserire 100 articoli in due giorni su un sito che doveva vedere la luce il giorno dopo. Loro queste cose non le fanno: “Te le sei sognate e noi siamo un’azienda seria”.

E vada pure questa, vada che hai dovuto recensire biografie di politici mafiosi senza manco (fortunatamente) aver letto il libro, vada che sei stato tacciato di essere l’unico elemento polemico della redazione solo perché hai chiesto informazioni sulla linea editoriale del giornale dopo esserti preso un rimprovero a 200 decibel, vada che gli hai dedicato anche un’intera domenica ad assecondare i deliri leghisti e che non hai potuto pubblicare la foto di quando la Polverini imboccava Bossi.

Vada via tutto! Che quello che rimane, per l’ennesima volta, è il senso di smarrimento per un settore troppo precario, in cui l’informazione si misura in accessi (e allora va bene anche metter due seni in bella mostra per far salire lo “share”) senza preoccuparsi né della qualità né dell’aspetto di quello che si pubblica, in cui se non sei uniformato alla linea di pensiero del cliente sei polemico e in cui c’è sempre una lettera di licenziamento, quando sei fortunato a firmare un contratto, pronta dentro il cassetto del capo dei capi…

Pubblicato originariamente sul blog dei Refusi.

martedì, febbraio 01, 2011

La bella televisione

In un palinsesto televisivo colmo ormai fino all’osso di nani, ballerine e puttane che sbraitano, si insultano e si mandano all’altro paese vicendevolmente e con assoluta nonchalance, è tornato finalmente a regalarci una boccata d’aria Presadiretta, il programma in onda la domenica sera su rai Tre. Diretta pregevolmente da Riccardo Iacona, la trasmissione si presenta mostrando ogni volta quanto un modo diverso di intendere il mezzo televisivo e il mestiere del giornalista sia non solo necessario, ma anche possibile. Il suo programma è ogni volta un pugno allo stomaco e, allo stesso tempo, una sveglia quanto mai salutare per destarsi dal grigiore politico e mediatico in cui questo Paese è sprofondato. Una trasmissione che indaga, documenta e fa domande molte volte scomode a chi è ormai abituato a interviste con tappeti rossi stesi ai propri piedi. Nessun politico di turno in studio a urlare, nessun presidente del Consiglio a telefonare da casa. Solo i fatti, nudi e crudi, come non si vede più da troppo tempo. Aggiungeteci poi una redazione e un gruppo di lavoro indomabili, storie troppe volte dimenticate dal mainstream e il mix è più che riuscitissimo. Domenica il primo appuntamento della nuova serie lunga otto puntate è stato dedicato ad Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica morto ammazzato cinque mesi fa in circostanze ancora da chiarire; una scelta coraggiosa, come sempre, che ha dato a Iacona il giusto pretesto per ritornare su temi che la stessa trasmissione aveva trattato prima della pausa. Così la 'ndrangheta, e i suoi rapporti con la politica, sono tornati a occupare la prima fascia serale mostrando un Paese altro, molto distante come sempre dai problemi di “attualità” e lontano dalla politica dei palazzi romani dove si scelgono le candidature e le carriere. È proprio questo il punto più forte della trasmissione: Iacona e la sua troupe “vivono” e mostrano il “territorio Italia” come nessun’altro è capace di fare, e se ogni volta non ci resta che stupirci, allora scusate ma è proprio vero che siamo stati abituati troppo male. Chapeau.

lunedì, ottobre 11, 2010

Insert Coin

Sulle piste dove correvo da piccolo col go-kart oggi hanno costruito delle pensiline per gli autobus e le moto sfrecciano troppo veloce. Sogno di giorni felici, mentre tutto intorno si susseguono lutti e nuovi amori, catastrofi e matrimoni, che pure se non scrivo sul blog da un po’ il tempo mica si è fermato. Sullo schermo intanto la scritta continua a lampeggiare. Insert Coin to Play. Ma i gettoni sono finiti da un pezzo e ora nemmeno i sottotappi della coca cola riescono a far partire la macchina dell’autoscontro. Sapevo che sarebbe successo prima o poi. Non dovevo fidarmi della zia. Be', ora che il giostraio ci ha presi nel sacco bisogna scendere prima che arrivi a istruirci con il suo dialetto e il suo bastone zingaro. O forse no. Forse c’è addirittura il tempo per l’ultima corsa, quella finale. Schiaccia il pedale allora! E che non ci prendano! Né adesso né fra un anno, quando ci nasconderemo in un bar di periferia a cantare canzoni neomelodiche degli anni Settanta con un vecchio bassista sudamericano.

E ti prego: stappa una Peroni, o una Raffo, o anche una Bitburger, e andiamocela a bere insieme sotto un palco o sulla sabbia. Ma niente pantaloncini neri dalle tasche bucate stavolta; porterò il marsupio giallo, che ieri c’ho appuntato una spilla nuova. Inviterò un po’ di amici e riscriverò il piano traffico, come ho fatto quest’estate per l’Arzibanda, e allora sì che ci si potrà buttare in mezzo al caos di questo Paese del cazzo senza farsi investire.

No, non mi prenderà il giostraio. E nemmeno la sua banda. Che corrano e che sputino pure rabbia. Io ormai lo conosco troppo bene questo video-game.

venerdì, aprile 30, 2010

Intanto qua vicino costruiscono case di lamiera e polvere.

Ci sono panni stesi ad asciugare da queste parti. È domenica mattina e i bambini continuano a venire al mondo anche se i concerti costano troppo, le tasche son sempre bucate e gli affitti da saldare soffiano sul collo a ricordarti che l’aria è buona ma di questi tempi costa cara. Intanto qua vicino costruiscono case di lamiera e polvere. Le fanno dentro i nidi di merlo sui ciliegi in fiore. Dicono che sia facile, che basta trovare il giusto equilibrio nell’impasto e poi è fatta; si possono innalzare fino anche al terzo piano se si è bravi nel prepararlo, l’impasto. Per gli intonaci, invece, servono i professionisti, ma pure quelli sembra si facciano pagare un bel po’. E comunque oltre al terzo piano proprio non si può andare, che se poi fa il terremoto cade tutto giù in un attimo. Io intanto osservo dal bar, che quando arrivo in un posto nuovo, per conoscerlo, devo andare a sentirne gli odori e gli umori nei luoghi in cui l’umanità si incontra e beve birra o prende semplicemente un caffè discutendo del derby che verrà. E allora, dai tavoli che tornano a riempire i marciapiedi in questa primavera un po’ così, è facile provare a scorgere case e cose nuove all’orizzonte, anche se si tornano a incontrare per qualche ora i passati e le vecchie conoscenze, che ora è bello anche solo raccontarsi “come ci va” in questa città che sa bene come tagliarti le gambe quando ne ha voglia.

E che poi a tutti vada un po’ a cazzo è altro discorso, scontato quanto basta per ricordarci che dalla merda è difficile uscirne e che beato è chi ci riesce. C’è crisi, nera, e non è una novità. Le facce sono scure e chi più chi meno ha cominciato a richiudere il cassetto dei propri desideri.

Restano i limoni, quelli che riempiono ancora le bottiglie. I pedali che spingono le gomme gonfie sull’asfalto e gli umori che si confondono tra le lenzuola. E allora fanculo se la mia casa di lamiera e polvere forse non ce l’avrò mai. Se le tengano pure. Io ora mi siedo qui, tra un tram e i passanti intorbiditi. Stappo una familiare di Peroni e mi sciacquo la bocca dalle bacche selvatiche e dalla pioggia vulcanica. E mi metto nudo alla finestra del mio seminterrato senza balcone. E schiarisco la voce. E gracchio.

giovedì, febbraio 25, 2010

Refusando

Tra notti insonni, sfusi orari, email che propongono lavori a costo e zero e ancora tanti libri sul comodino, da queste parti si va avanti con nuove energie da investire nella lotta. Che ce n’è bisogno viste le tasche sempre più bucate e una precarietà ai limiti della sopportazione. E allora ci si reinventa, si scoprono nuovi linguaggi e nuove forme comunicative. Si sbatte la testa contro il tavolo dove è poggiato il portatile perché l’ftp non ne vuol sapere di capirti, e ci si immedesima per qualche giorno in un webmaster pronto a portare a termine il primo passo di un progetto che è l’unica prospettiva all’orizzonte.
Un progetto che si chiama Refusi, e che chi è del mestiere può capire che significa e chi no ci può trovare comunque un senso compiuto. È ideato, studiato e concepito da persone reali in un mondo liquido, da entità sovrapposte e da tessere di un mosaico tutto da sistemare. È una strada sterrata e comunque da percorrere per non rimanere fermi ad aspettare che un tir ti sbatta definitivamente sul ciglio. È un insieme di esperienze lavorative e di vita, di scrivanie logorate dai gomiti e di umori altalenanti; una condivisione che si fa gruppo e si propone in questo maledetto mercato con un’idea, che almeno quelle, le idee, non sono ancora riusciti a togliercele.
Si parte da qui allora (www.refusi.com), da un sito che vuole essere una vetrina per giovani addetti al lavoro editoriale più precari che mai, un sito che è un continuo work in progress e su cui più di una persona ci sta spendendo energie, forze e aspettative. È un sito semplice, un foglio bianco su cui provare a scrivere pagine di una storia tutta da inventare insieme a chi incrocerà il nostro destino.
E se anche voi che leggete riuscirete per un attimo a sentirvi un po’ Refusi… be’ allora aiutateci sostenendo l’idea, parlando di noi a mamme, figli e parenti vari, linkando il nostro sito sui vostri blog, sui vostri myspace e sulle vostre vetrine di facebook… che qua, diciamocelo chiaramente, ne va della sopravvivenza di una specie in via di estinzione…


In ascolto: La lotta armata al bar - LLDCE

domenica, febbraio 14, 2010

crisi

Dicono che oggi è San Valentino, ma l’amore se l’è preso l’uomo dei baci perugina. Dicono che si festeggiava anche il capodanno cinese, ma io ho visto solo draghi guidati da italiani brava gente e di cinese non c’erano manco le ombre. Dicono pure che è carnevale, ma mi sa che le maschere stanno tutte negli armadi delle streghe di Halloween.
Sì. C'è crisi. E gli stormi compiono delle evoluzioni incomprensibili.

martedì, febbraio 02, 2010

L'asfalto drenante dell'autostrada del sole.

L’asfalto drenante dell’autostrada del sole non è lo stesso che toccano le ruote del 12 notturno; quello che i proprietari del ristorante sotto casa cercano di prendere al volo chiudendo in fretta il locale che poi chissà quando passa il prossimo.
Sull’asfalto drenante dell’autostrada del sole puoi permetterti di stare sopra ai 100 pure se di acqua ne cade così tanta che Dio o chi per lui non la mandava da un po’. E pure se c’hai quella ruota da gonfiare di nuovo al primo benzinaio aperto.
E allora ci puoi pure bruciare chilometri velocemente sull’asfalto drenante dell’autostrada del sole, e manco accorgertene che la bottiglia del bianchetto che il tuo passeggero sta beatamente consumando da solo è quasi finita.
Una volta che hai lasciato la città eterna ci attraversi la campagna romana con l’autostrada del sole. La A1, l’autostrada regina, quella grande opera pubblica capace di accorciare le distanze già prima di facebook; quella stessa autostrada su cui, se prosegui fino in Toscana, ci puoi trovare un esempio di come procurarsi “gloria eterna” nel proprio feudo elettorale in pieno stile scudocrociato. Quella “curva Fanfani” che, si narra, sia una deviazione rispetto all’originale progetto, disegnata sulla carta proprio da Amintore per far arrivare un casello ad Arezzo, la sua provincia d’origine.
E poco importa se Perugia non abbia avuto un suo rappresentante capace di simil prodezze all’epoca, fatto sta che ora per arrivare da quelle parti si deve percorrere un’imbarazzante E45, che l’asfalto drenante dell’autostrada del sole, diciamocelo, se lo sogna.
Perugia è la meta designata da raggiungere per ascoltare il Maestro, quel tic impazzito della canzone d’autore che risponde al nome di Giampaolo Bruno Piccinini. Cantautore atipico che è solito esibirsi in bettole e cantine di seconda categoria, il Piccinini questa volta è stato chiamato a intrattenere un pubblico nuovo e attento che riesce ben presto ad apprezzare le sue dita incrociate sul bianco e nero della tastiera e la sua voce amara.
Perugia diventa allora un ideale punto d’incontro nemmeno troppo difficile da raggiungere. C’è gente amica che si è mossa un po’ dappertutto e pare che il nostro, dopo la A1 e dopo facebook, sia stato capace di ridurre ancora di più le distanze.
A fare da collante alle diverse provenienze una collaudata aggregazione di orsi marsicani, una sorta di fan club (più fun che fan in realtà), pronti a darsi battaglia sui banconi della città e all’interno della Grotta Paolina, dove è in scena la fiera italiana, con annessa degustazione, delle migliori grappe italiane.
Per arrivare al locale, piccolo ma accogliente, c’è anche il tempo di assaporare il freddo pungente della città passeggiando tra vicoli stretti e sotto porte antiche che sembra di stare all’Aquila quando era ancora viva. Ricordi e nostalgia nella gioia scanzonata di una chitarra scordata. Sul palco, solo come nelle rare esibizioni del Piccinini può succedere, in poco più di un’ora passa di tutto: favole e terremoti che si rincorrono insieme a una vela su cui soffiare, amanti e tanghi suonati dalla gelosia. E superciuk, e ministribrunetta a cui dedicare Lunghezza campo nomadi. E uomini in cenere e taverne di Zaccaria. Garcia Lorca e “rapsodie portegne”. Corpi di donne, salsedine e chimere. Verbali di pignoramento e bicchieri di whisky smezzati con sorsi d’acqua. “Turbini di rondini in cielo e in fuga dal gelo” e “Cera delle ali, precipizi di umori e addii”.
Dentro al locale non si fuma, e allora è gioco facile inventarsi una pausa sigaretta per camuffare un bis che arriverà solo mezz’ora dopo, quando tornano all’interno i fun e il gioco etilico prende il sopravvento su quello delle parole; degna conclusione di uno spettacolo che è insieme musica e amore, notti in bianco e vestiti buttati sulla poltrona, vino nel tetrapak e tasche bucate.
Per riprendere a bruciare chilometri sull’asfalto drenante dell’autostrada del sole, però, c’è ancora tempo. Una notte intera. Da riempirsi gli occhi e la memoria di facce che ridono, di accordi strappati, di bocche che sboccano e di intermezzi. Di gocce di neve che cadono da cieli neri, di bucce di mandarino nascoste sotto i sedili e di fazzoletti usati come block notes alla faccia dell’iPhone.
E c’è tempo anche per “maledire i ritmi della società moderna”, per scordarsi di aprire il sacco a pelo e per scovare una scogliera disegnata a matita dentro la grotta tra un po’ di filosofia e l’ultimo bicchiere di grappa… quella che rimane sulla bocca dello stomaco e che non ne vuol sapere di andare giù.

martedì, gennaio 26, 2010

di...

Di un paio di mesi fa.
Di corde che si consumano e di canzoni sconosciute.
Di Costituzione, costituzioni e prostituzione.
Di centri sociali che si auto organizzano e di diritti, valori e senso etico che non esistono più.
Di repressione e vino venduto a prezzi onesti.
Di Z. che se ne va lontano non prima di aver battezzato il mio bagno.
Di C., compagno e amico di bevute, ma poco aperto di vedute.
Di case accoglienti e letti freddi.
Di messaggi e presenze/assenze che creano scompiglio, noie e paranoie.
Di un Fa che continua a uscire come gli pare.
Di agenti esterni e strade sterrate.
Di fascisti e contratti improvvisati alla luce dell’ombra.
Di dialetto e altre cose.
Di scrivere pure se la gente attorno sta facendo tutt’altro.
Di Dente, dei Diaframma e di Ballata per la mia piccola iena.
Di un amico che risponde al telefono e di un altro che no.
Di me, che poi chissà.

martedì, gennaio 12, 2010

washing

Era da un po’ che non lavavo i denti. Che non mi svegliavo scorgendo il sole prima di arrivare allo specchio. Quello stesso specchio che evitavo da un po’ per paura di scoprire che la barba era troppo lunga o, peggio, che il mio occhio sinistro era di un altro colore. Era da un po’ che non mi lavavo i denti e ora che l’ho fatto la bocca è meno arsa, anche se l’alcol delle notti precedenti continua a irritare il palato e le labbra toccate e denudate si sentono ancora, con il loro sapore dolciastro e diffuso. Era da un po’ che non lavavo i denti e le nuvole coprono ancora questo lembo di terra mentre il palco è stato abbandonato dai musicisti e un improbabile dj seleziona pezzi che sradicano le piante da terra. Era da un po’ che non lavavo i denti, mentre i bar continuavano a riempirsi di avventori improvvisati e la gente scendeva per strada urlando a quelli che erano rimasti dentro che era arrivata l’ora della rivoluzione. Era da un po’ che non lavavo i denti e ora che l’ho fatto mi hanno detto che da queste parti c’è un angelo che si aggira indisturbato divertendosi a creare scompiglio ma nessuno lo può vedere, e l’unica persona che può farlo sta molto attento a non rivelarlo perché ancora non sembra il momento adatto per dirlo a nessuno. Qualcuno intanto spaccia sogni agli angoli delle strade e li vende a prezzi spropositati. Ma niente lamentele dolcezze… it’s only business.

In ascolto: Pop - Afterhours

mercoledì, ottobre 14, 2009

Trentamila

Io non avevo fatto niente di male, lo giuro. Ero lì, un po’ ansioso sì, ma in fondo mi stavo solo preoccupando di trovare una nuova macchina per il caffè, di quelle che ne esce fuori solo una tazzina. Poi sono arrivati loro. E sì che forse c’ho messo un po’ a decidermi, ma non mi sarei mai aspettato di ricevere un trattamento così meschino, doloroso terrificante. Erano in quattro, sono arrivati fuori casa e hanno parcheggiato la loro Ford Falcon, di quelle in dotazione all’esercito, con calma, senza preoccuparsi né dei passanti che li avrebbero potuti riconoscere, né dei miei genitori che stavano appena uscendo di casa. Alla porta non hanno bussato nemmeno, io ho sentito solo lo scricchiolare debole delle assi che si rompevano. Poi, dal momento in cui gli ho confermato il mio nome, ricordo solo il cappuccio in testa e quel colpo secco dietro alla nuca, forse col calcio della pistola, forse con il retro del manganello. Di certo c’è solo che da quel momento è cominciato l’inferno…
Potrebbe essere questo l’inizio di un racconto comune a uno qualunque dei trentamila desaparecidos argentini, uomini e donne vittime del sistema di repressione attuato dalla dittatura dal 1976 al 1983. Un sistema brutale, indegno e terrificante pronto a reprimere nel terrore qualsiasi segno di appartenenza a gruppi o movimenti contrari al colpo si stato dei generali. Di più, un sistema studiato a tavolino per eliminare le tracce e le prove degli ostaggi sia sulle carte della polizia legale sia materialmente, arrivando a far scomparire i corpi attraverso i tristemente noti “voli della morte”, con cui i militari si sbarazzavano delle prove buttando i corpi dei sopravvissuti alle vessazioni e alle torture direttamente nell’oceano.
Per arrivare alla verità sulla tragedia dei desaparecidos molto è stato fatto da parte delle associazioni che riunivano i figli, le madri e le nonne degli “N.N.”, come venivano classificati una volta uccisi, ma le varie amnistie concesse dai governi “democratici” arrivati dopo la dittatura hanno contribuito a rendere impunibili diversi personaggi colpevoli della strage mentre ancora oggi, i figli, le madri e le nonne di Plaza de Mayo continuano imperterriti la loro battaglia per rintracciare corpi e storie di persone scomparse nel nulla.
A far rivivere le storie e le vite dei desaparecidos contribuisce in qualche modo anche una vasta produzione artistica sull’argomento. Io mi ci sono imbattuto quasi per caso e, vuoi per le coincidenze di trovare, nello stesso periodo, libri usati a ottimo prezzo, fumetti appena usciti per la tua casa editrice, vuoi per una connessione a internet che ti consente di scaricare quel film che volevi vedere da un po’ o per un altro film che avevo visto tempo fa, le ultime settimane me le sono passate in una completa immersione nell’Argentina di quegli anni.
Grazie a due film del regista Marco Bechis innanzitutto: Hijos (2001) e Garage Olimpo (1999), in cui il regista italo-cileno, che ha vissuto sulla propria pelle la ritorsione della dittatura con l’espulsione dall’Argentina nel 1977, racconta il dramma da due diverse ottiche; in Hijos è quella di una ragazza che arriva in Italia da Buenos Aires per ricongiungersi al fratello sottratto alla famiglia in uno dei campi di concentramento del regime e venduto a una coppia “per bene” e in Garage Olimpo, per certi versi più drammatico e sconvolgente, quella dell’interno di una delle basi dell’esercito, il garage Olimpo per l’appunto, in cui i desaparecidos venivano portati per essere torturati in maniera atroce prima di essere “trasferiti” sugli aerei della morte. Storie che grazie al video rendono bene l’idea dell’angoscia e della disperazione di quegli anni; un’angoscia e una disperazione che Massimo Carlotto invece, è stato in grado di trasmettere anche sulle pagine stampate del suo libro Le irregolari. Buenos Aires Horror Tour, edito dalla E/o. Un viaggio tra i racconti delle vite e dei sequestri di decine di desaparecidos elencate all’autore dall’autista di un bus che lo accompagna di notte tra le strade e i luoghi di una Buenos Aires “infinita”. Carlotto ascolta, sente sulla propria pelle il dolore delle vittime e lo racconta in maniera esemplare, rimanendo poi così coinvolto da impegnarsi al fianco delle “Abuelas de Plaza de Mayo”, le nonne battagliere decise a far conoscere la verità sugli scomparsi guidate da un’altra Carlotto; quella Estella che da anni gira il mondo incontrando le personalità e i capi di governo più rappresentativi al fine di raggiungere equi processi in tutti i Paesi, che siano stati essi vittime o complici del sistema argentino. Ultima arte ad avvicinarsi al tema in questo periodo il fumetto, con L’eredità del colonnello di Carlos Trillo e Lucas Varela, appena tradotto e uscito in Italia per Coniglio Editore. Storia per forza di cose scura anche questa, con personaggi “sporchi” e figure tetre che si rincorrono nei ricordi del figlio di un colonnello torturatore del regime scritta da uno dei personaggi che hanno fatto la storia del fumetto sudamericano. Suoni e visioni da un mondo orribile che nelle pagine disegnate trovano una strada nuova per raccontare l’orrore.

Tanta carne sul fuoco dunque, da studiare e da approfondire, ma che forse non sarai mai abbastanza per una pagina così scura del ventesimo secolo, una pagina che a inventarla per un film, un libro o un fumetto avrebbero probabilmente fatto meno fatica…

In ascolto: Desaparecidos - Manu Chao

sabato, ottobre 10, 2009

Ego

Sono padre, figlio e fratello.
Sono spiedino di carne, polpetta di pane e pesca al mattino.
Sono pedone di una partita a scacchi persa in partenza e regina madre nel nido di vespe.
Sono punta di diamante e riserva in panchina, giudice e reo confesso.
Sono fegato e alcol da ingurgitare.
Sono patria e onore, sangue e disperazione.
Sono il Re del Porno e l’ultimo degli arrivati.
Sono il vento che sbatte in faccia e la catena che si inceppa.
Sono Rivoluzione e Restaurazione.
Mi trasformo, piano, pretendendo solo il pane quotidiano che mi spetta.
E divento aria, impura, dei condizionatori rotti alla sera.


In ascolto: Oceano - Diaframma

martedì, settembre 08, 2009

Meditaciones de la tarde

Quando arriva la fine di agosto la gente che lavora rientra dalle vacanze.
Invece, chi un lavoro non ce l’ha oppure lo ha perso da poco può andare in vacanza quando gli pare.
Questo me lo ha detto mio zio quando è partito per Barcellona dopo agosto.
Barcellona è una città che sta in Spagna, una nazione straniera che fa parte dell’Europa.
Secondo mio zio Barcellona sta messa meglio di Roma e anche la Spagna sta messa meglio dell’Italia che quasi quasi ti fa venire la voglia di andarci a vivere a chi la vede.
Io non lo so perché mio zio ce l’ha tanto con l’Italia in questo periodo perché io non lo capisco quando mi parla di escort, di libertà di informazione o di lavori precari o di lavori in nero e tutte queste cose da grandi che io sono un bambino e c’ho voglia solo di giocare, ma siccome è mio zio io un po’ gli credo che l’Italia sta messa male.
Ad esempio m’ha detto che mentre a Roma la gente fa a botte da dentro alle macchine ai semafori, a Barcellona a ogni angolo e a ogni piazza ci stanno le biciclette che le paga il comune e tu devi solo pedalare per andare in giro.
Oppure per un altro esempio m’ha detto che mentre in Italia il presidente fa come gli pare e poi se la prende coi giornali e nessuno dice niente in Spagna sui giornali loro scrivono le cose che succedono in Italia e per questo ci prendono pure in giro.
Oppure, e poi basta co gli esempi, mi ha detto pure che mentre a Roma usano i coltelli e gettano le bombe dove è che stanno i omosessuali a Barcellona questi non devono avere paura e possono pure volersi bene come tutti.
Comunque a parte tutto Barcellona mi sa proprio che è una grande bella città dove ci sta il mare, i monumenti, le chiese gotiche, e un porto nuovo nuovo e dove ci stanno pure le case che faceva un architetto che sono tutte storte e alcune colorate che sembrano quasi dei puzzle come quelli che faccio io.
Poi e questo a zio gli è piaciuto proprio tanto, ci sta pure sempre la musica a ogni angolo e la gente si diverte sempre e cammina avanti e indietro a tutte le ore del giorno e della notte che sembra sempre piena.
Questa volta poi, che lui già c’era stato un’altra volta, si è visto pure le cose nuove che prima non aveva visto e allora mi ha parlato di un quartiere dove stavano tutte bandiere della catalugna, che sembra che qualcuno non è contento di vivere in spagna e allora vogliono fare un altra nazione, che infatti quelli che vivono a Barcellona parlano pure due lingue invece di una e alla scuola si parla quella di quelli che vogliono fare un'altra nazione.
E a un altro quartiere ancora invece ci ha visto un po’ di delinquenza, ma era un quartiere dove prima non ci si poteva entrare e dove ora invece ci stanno a fare tante belle cose che la gente comincia a stare più tranquilla.
Poi mio zio, che lo sapete ormai che gli piace la birra, si è fatto pure i giri per i locali con gli amici suoi e sembra che là di locali ce ne stanno un infinito e si è bevute tante birre che non mi ricordo come le chiamava lui in spagnolo ma in italiano si chiamano stella! E insieme a lui le birre se le bevevano proprio tutti e ci stavano pure quelli che passavano a venderle in giro. Un po’ come fanno a roma con le rose e i pupazzetti insomma, solo che lì lo fanno con le birre e non si stufano mai.
Ma poi io una cosa non capisco: perché mio zio va sempre nei posti dove si beve tanta birra? Boh, però quando so grande che posso capire la cosa delle escort mi sa che mi deve spiegare pure questa a me!

In ascolto: Rumba de Barcelona - Manu Chao

venerdì, agosto 07, 2009

Fresh Flesh

Da queste parti c’è carne fresca che abbrustolisce al sole d’agosto mentre alcuni bagliori di luce provano ostinatamente a entrare dalle serrande aperte su un futuro ignoto. Ci si sorregge dolcemente su stampelle fatte di calda passione mentre tutto intorno, nell’aria, si respira aria di smobilitazione. Camion pieni di ricordi stanno percorrendo strade sabbiose per portare lontano da qui esperienze e lavori che sono già diventati un qualcosa da riporre nel dimenticatoio. Le facce tese e agonizzanti rinchiuse negli uffici malsani stanno invece per essere sostituite con quadri d’autore al naturale e il tempo, questo sconosciuto, sta per diventare nuovamente il protagonista di una storia ancora tutta da scrivere. È vero: forse non c’è modo di guardare avanti con assoluta sicurezza quando la morsa del precariato stringe alle caviglie ma oggi qui non c’è né tempo né voglia di guardare giù; oggi da queste parti si brinda comunque a un nuovo corso. E che la dea fortuna di Ignatius sia con me! Salute.


In ascolto: Carne fresca - Afterhours

mercoledì, luglio 29, 2009

ArziPensierini della sera

A fine luglio al mio paese c’è una festa.
Questa festa non è come le altre feste che ci stanno le illuminazioni, i spari e le giostre però è sempre una bella festa dove la gente ride e si diverte.
Mio zio, che fa questa festa assieme agli amici suoi, mi parla sempre della festa che secondo me ce l’hanno proprio ficcata in testa e non se la scordano mai.
Questa festa c’ha un nome strano che in italiano mi sa che non esiste.
Questo nome si chiama arzibanda e mio zio mi ha detto che è una parola che usavano i antichi per dire quando si faceva casino che era n’arzibanda.
Io quest’anno all’arzibanda ci sono stato tutte le sere non come l’anno scorso che ero troppo piccolo e non ci potevo andare. Allora quest’anno, che sono di un anno più grande, mamma e papà mi ci hanno portato sempre e io sono stato all’arzibanda.
Quando sono stato all’arzibanda ho visto un sacco di cose ma proprio tante che io non le avevo mai viste così tante.
Ho visto uno che c’ha il nome più strano di tutti e che suona i dischi che diceva ai carabinieri se lo facevano suonare un altro po’.
Ho visto mio zio e tutti i suoi amici che si chiamavano Papà e Parè che io tutti quei parenti secondo me io non ce li ho come mio zio.
Ho visto le bancarelle e una mostra di disegni tutti belli colorati che ci stava pure un presepe. Ho visto tanto sole che faceva un caldo caldissimo e la gente si beveva la birra tutto il giorno fino alle sei del mattino.
Ho visto tanti strumenti musicali che la gente li suonava fino alle sei del mattino pure loro e le signore si affacciavano alle finestre e un po’ mi sa che non riuscivano a dormire però secondo me un po’ gli piaceva.
Ho visto i pagliacci che ci stavano tanti bambini che poi ci hanno regalato i nasi rossi.
Ho visto quelli che facevano il teatro incazzati perché non gli si apriva il cofano però poi la sera hanno fatto proprio un bello spettacolo e hanno detto alla gente del paese mio che dovevano aiutare di più l’arzibanda.
Ho visto una cantante americana che dopo che aveva suonato si è bevuta tanto ma proprio tanto vino e per fortuna che se lo è bevuto dopo il concerto e non prima se no come faceva a cantare.
Ho visto una banda che secondo me adesso sta ancora suonando perché a quelli il fiato non gli mancava mai più.
Ho visto tanti concerti, che poi il pomeriggio suonavano i giovani e la sera suonavano quelli più vecchi, e uno di quelli più giovani mi sa che ha vinto qualche cosa perché una sera ha suonato pure con quelli più grandi.
Ho visto tanta gente che parlava un sacco di lingue diverse come il pugliese, il toscano, il calabrese, il romagnolo però a me mi pare che si capivano tutti benissimo.
Ho visto 50 persone che lavoravano tutti i giorni per preparare bene quando arrivava la gente e però erano tutti contenti pure se dovevano lavorare.
Ho visto che tutti, ma proprio tutti, ridevano, si abbracciavano, si baciavano e ballavano e allora io mi sa che ho capito tutto pure se sono piccolo e pure se mi sono dimenticato qualcosa ora posso scrivere la conclusione: secondo me le feste devono essere tutte come l’arzibanda perché così la gente è più contenta.
Mae’, ma dopo che mi hai corretto i pensierini della sera li posso fare leggere pure a mio zio che quello se li legge è contento come un Paré?



In ascolto: Malgré tout... je chante - Martinicca Boison

lunedì, luglio 06, 2009

Pecora Nera

Come straniero in terra straniera, mi aggiro da solo nella notte nascosto da una maschera che spruzza odori inesistenti e fumi troppo poco inebrianti. Dalla mia postazione privilegiata osservo corpi muoversi, menti più o meno attive, teste piene di pensieri e relazioni che si intrecciano in un vortice di sottomissione al dio danaro. Gioie inespresse, lenti rinvii, sorrisi di circostanza e occhi che guardano dall’altra parte sono ormai all’ordine del giorno, mentre folletti furbi che sanno come mostrare le proprie, finte, deficienze girano indisturbati negli androni del gran palazzo fatiscente. Dalla poltrona in bilico sul burrone, intanto, il grande burattinaio tesse i fili di una matassa fin troppo complicata per essere sbrogliata attraverso le comuni strategie di guerra e i suoi sudditi rimangono silenziosi ad aspettare che tutto imploda in maniera naturale, senza aver la forza di cambiare la sceneggiatura. Così, mentre anche i personaggi non protagonisti della vicenda tessono le loro trame per cercare di raggiungere in breve tempo le più alte posizioni nella scala gerarchica del sapere, io trovo solo il tempo per interrogarmi su quesiti di alta filosofia spiccia quali “ma il sole riuscirà ancora a scaldarci?”, “la ruota della fortuna gira sempre al contrario o i cerchi interni dell’universo riusciranno a cambiare il corso degli eventi?”, “quanti carabinieri ci vogliono per svitare una lampadina e quanti per proteggere gli 8 grandi coglioni?”, “meglio un antibiotico oggi o una birra domani?”, “riusciranno i nostri eroi a saltare sul carro dei vincitori?”… Scusate, è inutile. Non ce la posso fare proprio ad essere come voi.

In ascolto: Canzone di notte N. 2 - Francesco Guccini

venerdì, giugno 12, 2009

Consigli per gli acquisti...

Camere di ospedali, letti lerci, tuniche gialle e gocce che sembrano morfina. A far da colonna sonora a questo brutto film muto un guercio russante e ormai senza più speranze. Da lontano arrivano comunque echi di leggerezza; con l’Arzibanda che è quasi alle porte e che allora tutti staremo più bene e con risate genuine che alleggeriscono le pressioni, e fanculo se la mia, di pressione, al mattino fa 85 di massima. La diagnosi aveva parlato chiaro qualche giorno fa: ascesso perianale (me l’aveva detto Stefano che dovevo smetterla coi negroni!) da estirpare con interventino chirurgico a gambe all’aria. Una cosa da poco suggerivano gli amici che ci erano passati, ma mica mi avevano avvertito del dopo cazzo! Un buco nero è sempre un buco nero, che se poi te lo aprono vicino a un altro ben più caro allora sì che la situazione si fa antipaticamente interessante. Insomma, come si dice, da queste parti in questi giorni c’è da stringere un po’ le chiappe cercando di superare anche le mancanze e le assenze. Io, visto che il tempo proprio non mi è mancato, ci ho provato con un paio di cosette interessanti che mi concedo di suggerirvi anche nella mia personalissima e modestissima bacheca dei “consigli per gli acquisti”.
Per la sezione libri torno a “pubblicizzare” di nuovo un titolo della E/O, che ormai mi ha convinto ed è diventata la mia casa editrice preferita. Il libro (della collana “assolo”, la stessa di Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio) è Centro permanenza temporanea vista stadio di Daniele Scaglione, ex presidente di Amnesty International Italia e attualmente direttore della comunicazione di Action Aid. Una storia narrata semplicemente, senza troppi fronzoli, che racconta da vicino la storia di una madre e di una figlia rinchiuse in un cpt di Torino, una delle tante strutture lager volute dai nostri governanti per combattere l’arrivo degli immigrati nel nostro paese. Una struttura lager che non impedirà comunque alla giovane Sharmin di appassionarsi alla nostra cultura calcistica da vicino, in una lotta per la libertà che passa anche attraverso una fuga per andare a vedere allo stadio il proprio idolo Francesco Totti. Toccando un tema estremamente attuale in questi giorni di ulteriori restrizioni verso gli immigrati, Centro permanenza temporanea vista stadio è una storia di donne e di amori: per il calcio, per i desideri irrealizzabili, per la famiglia e per la dignità.

Rimanendo più o meno vicini all’ambito calcistico la seconda segnalazione riguarda il docu-film-intervista su Maradona realizzato da quel geniaccio di Emir Kusturica; un film che non celebra, come sarebbe stato troppo facile, quello che è stato il calciatore più forte del mondo, ma che cerca di scavare e di analizzare una personalità e un personaggio che nasconde dentro tanti quesiti quanti sono i gol che ha segnato nella sua carriera. Maradona non è stato infatti solo un calciatore ma un vero e proprio idolo acclamato ancora oggi dal popolo napoletano come da quello argentino. Un uomo che ha fatto impazzire i difensori di mezzo mondo ma che si è ritrovato anche a dover combattere una sfida ben più difficile con la dipendenza dalla cocaina; un abilissimo affabulatore del pallone di cuoio ma anche uno che non le ha mai mandate a dire, contro i poteri forti del sistema calcio prima e contro l’imperialismo di Bush poi. Kusturica, dall’altro lato della camera, ma spesso coprotagonista lui stesso nel film, è riuscito a scendere a compromessi e ad addomesticare il Maradona uomo, portandolo e facendosi portare all’interno di un viaggio affascinante, veritiero e pieno di sorprese. Un viaggio al quale manca ancora la parola fine, perché in fondo cosa e chi è oggi Maradona, per sua stessa ammissione, non è del tutto ancora chiaro… Andate, leggetene e guardatene tutti allora. Io nel frattempo vado a fare esercizi di respirazione per allentare le tensioni al bacino!



In ascolto: La vida es una tombola – Manu Chao