Sono passati quasi trent’anni, ma i misteri e i lati oscuri che circondano le vicende della strage di Ustica sono ancora presenti nella mente degli italiani. Era il 27 giugno 1980 quando il DC-9 del volo dell’Itavia da Bologna a Palermo precipitò in mare causando la morte di 81 persone. Una vicenda oscura e segnata da intrighi internazionali, che al pari di altri tristi avvenimenti hanno segnato la storia del nostro paese nei decenni più tribolati della democrazia italiana. Oggi queste vicende tornano a vivere nel thriller del momento, scritto dal produttore Usa Joseph Farrel, che in “Predatori notturni” intreccia realtà e finzione per raccontare anche il dopo strage e, con una scrittura quasi cinematografica, dà nuova linfa ad un dibattito che si prolunga da decenni e a cui nemmeno i giudici dei tribunali che si sono occupati del caso hanno saputo dare una soluzione definitiva. Lo scrittore, autore soprattutto di molte sceneggiature tra cui “War games: giochi di guerra” e produttore di numerosi film, oltre che personaggio influente di Hollywood, dove le sue consulenze sono preziose per le più note major, incentra la storia sulla figura dell’armatore anconetano Aldo Davanzali, proprietario del DC9 morto nel 2005 a 83 anni, che nella realtà si è battuto con tutte le sue forze contro l’accusa di cedimento strutturale; quell’accusa che comportò lo sgretolamento del suo impero economico (ancora oggi in sede civile pende una sua richiesta di risarcimento dallo Stato per 850 milioni di euro) nel tentativo di far emergere la verità: attentato o abbattimento fortuito durante esercitazioni militari che sia. In “Predatori notturni” invece, il proprietario della compagnia aerea si toglie la vita poco dopo l’incidente, e sarà la figlia, testimone del gesto del padre, a voler compiere tutte le indagini affinché si riesca a dimostrare che nessun guasto meccanico avrebbe mai potuto causare l’esplosione dell’aereo. Sembra che anche il libro comunque, stia portando con se strascichi polemici, ad ennesima dimostrazione di come attorno alla vicenda di Ustica aleggi un alone di mistero invalicabile; Farrel infatti, partecipando alla serata romana di presentazione del libro, ha dichiarato di essersi cominciato ad interessare al caso dopo aver avuto diversi contatti proprio con Davanzali, conosciuto grazie a sua moglie, l’attrice italiana Jo Campa. Di questi contatti non ci sarebbe però traccia tanto che le figlie e uniche eredi di Davanzali, Luisa e Tiziana, e l'avv. Mario Scaloni, legale di famiglia, hanno diffuso una nota congiunta per prendere le distanze dall'operazione editoriale. Le figlie di Davanzali, dice la nota, «non sono state per nulla interpellate in merito al romanzo, né hanno concesso alcuna autorizzazione alla pubblicazione del libro, avendone sorprendentemente appresa notizia solo dalla stampa. Neanche l'avv. Davanzali, quando era ancora in vita, ha mai accennato loro di contatti con l'autore del romanzo». L’autore ha tenuto comunque a precisare che gli avvenimenti raccontati sono frutto della sua fantasia anche se poi sono tutti i dettagli originali a dare il via allo sviluppo di un intrigo che già nella realtà ha abbondantemente dimostrato di essere adattabile al genere fanta-thriller. La protagonista è Teresa, figlia del proprietario della compagnia aerea Aero-Italia di cui faceva parte nel romanzo l’aereo abbattuto. Dopo averlo visto suicidarsi la giovane decide che diventata adulta avrebbe riabilitato ad ogni costo la memoria del padre. Comincia così le sue indagini facendosi aiutare da Robert Evans, giornalista del Washington Post, l’unica persona che aveva mostrato dubbi sulla sentenza, e i due correranno più volte il rischio di perdere la vita a causa di attentati contro di loro fino ad arrivare all’immancabile finale a sorpresa, quello che ancora oggi manca, purtroppo, nella realtà.mercoledì, aprile 25, 2007
“Predatori notturni”, rivive la strage di Ustica
Sono passati quasi trent’anni, ma i misteri e i lati oscuri che circondano le vicende della strage di Ustica sono ancora presenti nella mente degli italiani. Era il 27 giugno 1980 quando il DC-9 del volo dell’Itavia da Bologna a Palermo precipitò in mare causando la morte di 81 persone. Una vicenda oscura e segnata da intrighi internazionali, che al pari di altri tristi avvenimenti hanno segnato la storia del nostro paese nei decenni più tribolati della democrazia italiana. Oggi queste vicende tornano a vivere nel thriller del momento, scritto dal produttore Usa Joseph Farrel, che in “Predatori notturni” intreccia realtà e finzione per raccontare anche il dopo strage e, con una scrittura quasi cinematografica, dà nuova linfa ad un dibattito che si prolunga da decenni e a cui nemmeno i giudici dei tribunali che si sono occupati del caso hanno saputo dare una soluzione definitiva. Lo scrittore, autore soprattutto di molte sceneggiature tra cui “War games: giochi di guerra” e produttore di numerosi film, oltre che personaggio influente di Hollywood, dove le sue consulenze sono preziose per le più note major, incentra la storia sulla figura dell’armatore anconetano Aldo Davanzali, proprietario del DC9 morto nel 2005 a 83 anni, che nella realtà si è battuto con tutte le sue forze contro l’accusa di cedimento strutturale; quell’accusa che comportò lo sgretolamento del suo impero economico (ancora oggi in sede civile pende una sua richiesta di risarcimento dallo Stato per 850 milioni di euro) nel tentativo di far emergere la verità: attentato o abbattimento fortuito durante esercitazioni militari che sia. In “Predatori notturni” invece, il proprietario della compagnia aerea si toglie la vita poco dopo l’incidente, e sarà la figlia, testimone del gesto del padre, a voler compiere tutte le indagini affinché si riesca a dimostrare che nessun guasto meccanico avrebbe mai potuto causare l’esplosione dell’aereo. Sembra che anche il libro comunque, stia portando con se strascichi polemici, ad ennesima dimostrazione di come attorno alla vicenda di Ustica aleggi un alone di mistero invalicabile; Farrel infatti, partecipando alla serata romana di presentazione del libro, ha dichiarato di essersi cominciato ad interessare al caso dopo aver avuto diversi contatti proprio con Davanzali, conosciuto grazie a sua moglie, l’attrice italiana Jo Campa. Di questi contatti non ci sarebbe però traccia tanto che le figlie e uniche eredi di Davanzali, Luisa e Tiziana, e l'avv. Mario Scaloni, legale di famiglia, hanno diffuso una nota congiunta per prendere le distanze dall'operazione editoriale. Le figlie di Davanzali, dice la nota, «non sono state per nulla interpellate in merito al romanzo, né hanno concesso alcuna autorizzazione alla pubblicazione del libro, avendone sorprendentemente appresa notizia solo dalla stampa. Neanche l'avv. Davanzali, quando era ancora in vita, ha mai accennato loro di contatti con l'autore del romanzo». L’autore ha tenuto comunque a precisare che gli avvenimenti raccontati sono frutto della sua fantasia anche se poi sono tutti i dettagli originali a dare il via allo sviluppo di un intrigo che già nella realtà ha abbondantemente dimostrato di essere adattabile al genere fanta-thriller. La protagonista è Teresa, figlia del proprietario della compagnia aerea Aero-Italia di cui faceva parte nel romanzo l’aereo abbattuto. Dopo averlo visto suicidarsi la giovane decide che diventata adulta avrebbe riabilitato ad ogni costo la memoria del padre. Comincia così le sue indagini facendosi aiutare da Robert Evans, giornalista del Washington Post, l’unica persona che aveva mostrato dubbi sulla sentenza, e i due correranno più volte il rischio di perdere la vita a causa di attentati contro di loro fino ad arrivare all’immancabile finale a sorpresa, quello che ancora oggi manca, purtroppo, nella realtà.mercoledì, aprile 18, 2007
Lavorare diverntedosi? Con i videogame si può
martedì, aprile 10, 2007
I falsi miti della medicina
C’è chi al primo piccolo sintomo di un qualsiasi tipo di dolore sente la necessità di ingurgitare una pillola o uno sciroppo o, meglio di no ma in alcuni casi ci vuole, una supposta, convinto che qualsiasi malessere, sia esso mentale o fisico, possa essere curato solo attraverso i medicinali e c’è anche chi alla medicina tradizionale cerca alternative di diverso genere, come le terapie a base di erbe, l’agopuntura o altro. Tutti comunque alla ricerca di un sollievo al dolore attraverso terapie più o meno consone. Ma c’è anche chi oggi, dall’alto della propria esperienza di studioso di biologia e biochimica, e con alle spalle una carriera da giornalista in riviste scientifiche come “Stern” o “Die Zeit” ha iniziato una campagna di controinformazione verso l’attuale sistema di cure terapeutiche. Parliamo di Jorg Blech, oggi giornalista di “Der Spiegel” che ha da poco dato alle stampe, per i tipi di Lindau, “La medicina che non guarisce – Come difendersi da terapie inutili e nocive”, un libro che arriva dopo il suo best seller “Gli inventori delle malattie” e che ne rappresenta il seguito naturale. L’attacco di Blech è una tesi ragionata e approfondita su quanto in realtà molte delle attuali risorse terapeutiche si rivelino del tutto inefficaci, se non dannose, e paiono il risultato di errori, false conclusioni e interessi economici. La controprova? Per Blech è tanto facile quanto scontata: basti pensare che “quando i medici diventano pazienti, essi si sottopongono alle cure che consigliano ai loro assistiti solo raramente, perchè sanno benissimo quali tra esse siano davvero necessarie o utili”. Non tutta la medicina è da mettere al bando naturalmente, su questo l’autore è ben consapevole, e l’attacco, scritto con ritmo incalzante e piglio giornalistico, è mirato verso quei miti diffusi nella scienza di Ippocrate, che spesse volte nascondono solo i grandi interessi delle case farmaceutiche, di cliniche e specialisti. Quello che dovrebbero fare i pazienti per non cadere nelle mani delle terapie inutili e nocive è, per Blech, molto facile; la causa di tutto ciò è “la comoda disinformazione dei pazienti” e in questa situazione “sapere rappresenta un presupposto fondamentale per determinare un salto di qualità nella medicina moderna”. È l’ultimo capitolo del libro, quello in cui vengono stilate le sette semplici regole per destreggiarsi fra le terapie inutili e le domande-chiave da rivolgere al medico qualora questi gli suggerisse un intervento. É solo così, diventando dei “consumatori” ben informati anche nell’ambito della sanità, che si può evitare il rischio di imbattersi in prassi mediche normalmente accettate, ma che nascondono rischi e pericoli in grado di danneggiargi. Una tesi riconosciuta anche da “Ciò che i dottori non dicono” di Macro edizioni, che mette in primo piano anch’esso i rischi e si ripromette di svelare la verità sui pericoli della medicina moderna, o da “Come impedire al vostro medico di nuocervi” in cui l’autore, Vernon Coleman, basandosi su dati scientifici acquisiti nelle sue ricerche sferra un duro attacco alla figura del medico, considerata come quella in grado di fare più male ad una persona. Ma forse il problema non è solo legato alla classe medica e ci sarebbe da riflettere, come hanno fatto quelli di Nuovi Mondi Media con “Farmaci che ammalano”, sulla frase pronunciata tre decenni fa da Henry Gadsen, direttore generale di una delle principali case farmaceutiche al mondo, la Merck Il suo sogno? Quello di riuscire a creare farmaci per le persone sane, così da poter vendere proprio a tutti. Oggi questo sogno sembra essere diventato realtà e rappresenta il punto di forza di un mercato che risulta essere tra i più redditizzi al mondo.lunedì, aprile 09, 2007
Retrogaming, ritorno al fututo
sabato, aprile 07, 2007
Malatempora, la forza di andare controcorrente
A definire la Malatempora solo come una casa editrice si può correre il rischio di essere riduttivi. Certo, materialmente è un’impresa che produce libri, ma tale impresa è vissuta con uno spirito e, soprattutto, con una circolarità di idee che rimangono molto lontano da quello che è oggi il mondo dell’editoria italiana. “Alla Malatempora non si vendono libri, ma si pubblicano idee”; è quello che mi sentii dire in uno dei miei primi giorni a fianco di Angelo Quattrocchi, l’anima di una realtà editoriale che, nonostante le difficoltà e i paletti imposti da quello strano marchingegno che risponde al nome di “distribuzione”, può vantare all’attivo più di cento titoli in catalogo e una prospettiva per il 2007 di 25 nuove uscite. Potrebbero sembrare numeri risicati, ma solo per chi non conosce a fondo un mercato che sta tendando in tutti i modi di tagliare fuori dalle librerie i piccoli editori per lasciare così spazio sugli scaffali alla produzione dei grandi gruppi. A questo si aggiunga anche il fatto che la Malatempora non le ha mai mandate a dire e che i suoi titoli hanno spesso subito, e subiscono ancora, una quasi totale censura da parte dei media, preoccupati di doversi trovare ad analizzare temi “scottanti” che il più delle volte preferiscono nascondere, e il quadro è completo. A queste problematiche i tipi di Malatempora stanno reagendo con il rafforzamento della politica delle vendite on-line (è possibile acquistare i loro libri dal sito www.malatempora.com con sconto del 20% e spedizione gratuita). Il collettivo alla base della casa editrice non si arrende e continua a pubblicare titoli che qualsiasi altro editore avrebbe paura solo a leggerli; come “Uranio impoverito” del 2006, il libro intervista all’ammiraglio Falco Accame, che da sempre denuncia i danni dell’agghiacciante arma sui civili e sui nostri militari, o come la terribile storia di Francesca B., nome in incognito dell’autrice di “Plagio”, uno degli ultimi usciti, la vera storia di un plagio mentale perpetrato ai danni di un uomo che ha sconvolto la sua vita e quella della sua famiglia. E per il futuro un titolo che vuole smuovere ancor di più le coscenze, un libro che uscirà in concomitanza con il family day: “no no no Ratzy non è gay”, che in quarta di copertina recita: “Nei palazzi romani lo sussurrano, e nei ristoranti, nelle discoteche, nei bar, tra un Campari e un tramezzino lo raccontano. Sarà vero? No, non è possibile! Eppure, quei cappellini così carini, quelle scarpette rosse di Prada… e quel segretario così bello, alto, biondo e tanto ariano… No, non può essere vero. In fondo ce l’ha tanto con quelli lì! No, no, no, il Papa non è gay!”, e non credo ci sia da aggiungere altro… Per quanto riguarda il presente invece, è disponibile da qualche settimana “Ultimi fuochi”. Un libro che il sottoscritto ha visto passare sotto le proprie mani più di una volta nella sua, per così dire, “fase embrionale”. Una fase embrionale che in realtà dura da tren’anni perché l’ultimo nato in casa Malatempora è un testo scritto dallo stesso Quattrocchi negli anni ’70 e che è rispuntato fuori oggi, rieditato e pubblicato nel trentennale del ’77. “Ultimi fuochi” arriva da lì, da quegli anni che oggi più che mai stanno tornando sulle pagine dei giornali. Un libro per descrivere, con lo stratagemma del thriller fanta politico, il finale della ribellione che fini nella tragedia dell’ammazzamento di Moro. Un libro da leggere proprio perché non è un libro sugli anni ’70, ma un libro degli anni ’70, scritto allora da uno dei protagonisti storici del movimento, di quelli che non scelsero la strada della violenza, bensì quella della creatività.mercoledì, aprile 04, 2007
Appello degli "indipendenti", boicottiamo le radio private
Proprio la settimana scorsa, su queste stesse pagine, avevamo descritto il processo di omologazione in atto, ormai da troppo tempo, nella programmazione musicale delle maggiori emittenti radiofoniche private del nostro paese. Un fenomeno sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo di sensibilità musicale e che sia in grado di capire come le playlist trasmesse dai grandi network, assomiglino ormai ad un gran polpettone proposto e riproposto più volte al giorno in modo analogo da tutte le emittenti nazionali. Ora, e noi non possiamo che esserne contenti, qualcuno sta cercando di invertire questa tendenza per consentire anche alle produzioni e agli artisti independenti di avere una rilevanza mediatica che troppo spesso gli viene negata; è notizia di ieri infatti, che l’Audiocoop, l’associazione che riunisce più di 100 etichette indipendenti pop rock nata dopo l’esaltante esperienza del MEI del 2001, ha proclamato una giornata di sciopero contro i grandi network radiofonici e televisivi che non trasmettono piu' produzioni indipendenti ed emergenti e i dischi d'esordio dei nuovi artisti italiani, ''danneggiando gli investimenti di ricerca e sviluppo del settore e tutta la nuova musica italiana''. L’invito rivolto agli ascoltatori è quello di spegnere le frequenze delle radio e delle tv che non danno spazio alla nuova musica indipendente, emergente e degli esordienti per il 21 giugno, giorno della Festa Europea della Musica. Per questo è in fase di preparazione un appello rivolto a artisti, promoter, associazioni, circoli appassionati e utenti della radio e tv, ma nel frattempo sono state già raccolte molte adesioni di sostegno. Come quella del sottosegretario ai Beni Culturali, Elena Montecchi, una delle prime ad appoggiare l’iniziativa già a novembre, quando si è svolto un incontro con la Siae e più di venti rappresentanti del settore durante il Mei, il Meeting delle etichette indipendenti. In seguito a questa e ad altre iniziative, come ci ricorda il presidente di Audiocoop Giordano Sangiorgi, è stato rivolto un appello alle trenta radio e tv musicali più influenti nel panorama nazionale al quale nessuno ha mai risposto; si è passati quindi ad organizzare una forma di protesta che mira a sensibilizzare, oltre agli editori, anche il pubblico. “Quello stesso pubblico – ci ricorda ancora Sangiorgi - che sta già abbandonando le radio e le televisioni che non fanno ricerca e sviluppo, e che sempre più preferisce rivolgersi alle web radio e, quando possibile, a radio locali più attente alla produzione ‘altra’”. Proprio l’attenzione verso il pubblico ha spinto alla protesta; un pubblico “negato” alle realtà indipendenti che non hanno spazio sui network, ma che dimostrano invece di essere molto apprezzate quando si esibiscono dal vivo. Il poco spazio a disposizione sui media più famosi impedisce comunque la crescita del settore e, allo stesso tempo, comporta un grande danno culturale al paese negandogli la possibilità di conoscenza di una produzione musicale viva e, diciamoci la verità, molto più interessante di tanta “buona musica” proposta quotidianamente dai dj più famosi. Oltre alla giornata di sciopero, Sangiorgi ci ha comunque confermato che le iniziative non si fermano qui, e che continuerà il dialogo con il Governo attraverso il Tavolo della Musica; un’iniziativa che ha già dato degli ottimi risultati con sgravi fiscali nell’ultima finanziaria, la riduzione dell’iva e dell’Enpals per le esibizioni live delle band emergenti e una nuova Legge per la Musica che sta per avviare il suo iter parlamentare. Tra i prossimi appuntamenti di Audiocoop, invece, il 12 maggio un convegno sulla tutela e lo sviluppo della biodiversità musicale che si terrà al festival della Musica nelle Aie a Castel Raniero con Slow Food Italia come ospite e il 1° giugno a Bologna l'incontro tra i 100 festival per emergenti del Circuito Mei Fest.venerdì, marzo 30, 2007
“Zitto e scrivi”, il giornalismo al tempo del precariato
12mila professionisti contrattualizzati e più di 20 mila che lavorano senza contratto, a tempo indeterminato o determinato. Nel complesso, 30mila persone che in Italia fanno informazione e di queste solo un terzo hanno un contratto nazionale da professionisti. È la dura realtà del mondo dell’informazione ai tempi del precariato, vera piaga sociale dei giorni nostri che interessa ormai i più disparati ambiti del mondo del lavoro. Di questo e della dura realtà di un eterno precario dell’informazione racconta Chiara Lico nel suo “Zitto e scrivi”, edito da una delle case editrici più attente ai cambiamenti e alle discriminazioni nel mondo dell’editoria, quella Stampa Alternativa che già si era occupata, con “Editori a perdere”, di narrare le vicende dei giovani aspiranti scrittori alle prese con gli editori “arraffa & divora” che imperversano sul mercato. “Zitto e scrivi” è la storia di Pieffe, soprannome di Perfettino Fumuni, giornalista mancato e precario senza onore né gloria. Pieffe ha un gran bisogno di lavorare; vuole fare il giornalista, ma non essendo figlio d’arte è costretto a farsi strada da solo fino a quando la grande occasione gli si para davanti: un lavoro in un’agenzia giornalistica on line, il modo migliore per svolgere il praticantato. Ma la realtà dei fatti è ben diversa e il protagonista si ritrova a lavorare con un contratto da metalmeccanico senza nemmeno la sicurezza del rinnovo e così la paura di perdere il posto diventa molto presto più forte della voglia di ribellarsi ad una serie di soprusi dei suoi capi; il suo obiettivo diventa “tacere e sopportare” arrivando fino al paradosso di giustificare i suoi “aguzzini” che almeno una possibilità di lavoro gliel’hanno offerta. Pieffe in questo senso è un antieroe, ma forse tante, troppe persone si ritroveranno nella sua storia perché questa ormai sembra essere diventata la stessa di tanti giovani del settore che anche chi vi scrive sta vivendo sulla propria pelle. Il libro, uscito il 20 marzo, ma scritto tra il 2000 e il 2001 (ha stupito anche l’autrice di come sia ancora oggi più attuale di allora), descrive sì la condizione dei giovani alle prese con la gavetta del giornalismo, ma allo stesso tempo è capace di rendere l’idea su quello che è oggi il mondo dell’informazione, in cui professionalità e competenza stanno vivendo un inesorabile declino. Chiara Lico, giornalista professionista dal 2000, e attualmente in forza alla Rai, in un appassionato intervento sul blog della sua casa editrice ha voluto analizzare le cause di questo declino, imputabile secondo lei alla minor selezione che viene ormai fatta alla radice, ma anche alla politica che “attualmente - e in modo bipartisan - si deve solo vergognare di come svilisce il ruolo del giornalista, visto che si sente - e fa bene perché le viene permesso - di essere la padrona-editrice di giornali e telegiornali”. Certo, gli aspiranti giornalisti potrebbero provare a ribellarsi, ma allora che precari sarebbero? mercoledì, marzo 28, 2007
MIR, una radio via satellite per raggiungere le sponde del Mediterraneo
Creare un ponte ideale tra le diverse anime e culture del mediterraneo dando voce a chi di solito non ne ha. È l’obiettivo che si è prefissato l’agenzia radiofonica di informazione AmisNet attraverso il progetto MIR (Mediterranean Info Radio), la prima radio di all news via satellite realizzata da radio e gruppi di produzioni dal basso nel Mediterraneo. AmisNet, che già produce lanci quotidiani e settimanali ripresi ogni giorno da una trentina di emittenti locali in tutta Italia, aveva in cantiere l’idea già da un paio di anni e ora che la digitalizzazione ha contribuito a rendere i tempi più maturi il progetto è diventato realtà e il 21 marzo è andata in onda la prima trasmissione in collaborazione con altre radio italiane (Lettera 22, Radio 4 peace, Progetto Melting Pot, Radio Sherwood), e mediterranee (Radio Student di Lubiana, Palestinian News Network di Betlemme, Radio Ammannet di Amman). Una radio via satellite perché, come ci ha spiegato il presidente di AmisNet, Francesco Diasio, l’idea è anche quella di “iniziare” il pubblico ad un salto culturale; “in molti paesi del Mediterraneo, infatti, l’uso della parabola è già molto diffuso. Una buona occasione per noi per fare arrivare i nostri messaggi, perché sappiamo che molte emittenti televisive indipendenti, soprattutto nella sponda sud, vivono ancora sotto la scure della censura. Il nostro scopo allora, è anche quello di far abituare questa gente ad ascoltare la radio attraverso la tv e permettergli di ricevere, proprio attraverso il segnale del satellite che difficilmente può essere bloccato, notizie ed informazioni che fino a ieri non avrebbero potuto ricevere.” Il progetto MIR, un acronimo simbolico che significa “pace” nella maggior parte delle lingue slave, è ancora nella fase sperimentale che durerà per i prossimi sei mesi e per il momento il palinsesto è diviso per fasce linguistiche, ma l’intenzione espressa da Diasio è quella di arrivare al più presto a creare una vera e propria identità della radio che le consenta di essere gestita in maniera autonoma, con la creazione di un gruppo di lavoro che riesca a dare continuità e ad amalgamare le diverse anime del progetto. “Una grande sfida” come tiene a ribadire il presidente, ma che “spero possa arrivare lontano. Soprattutto vorrei che l’esperienza non si limitasse ad una semplice questione geografica. L’intenzione è quella di creare una comunicazione identitaria bidirezionale che consenta a tutti gli abitanti del Mediterraneo di sentirsi partecipi. Già oggi, solo per fare un esempio, i programmi in lingua turca vengono diretti dalle comunità di migranti presenti in Svizzera piuttosto che in Germania.” Una grande sfida anche a livello economico, ma questo per il momento è un problema che rimane secondario a cui si cerca di rispondere con la fantasia e la professionalità che caratterizzano il lavoro dell’agenzia. L’iniziativa, intanto, a solo una settimana dal lancio, sta già facendo registrare i suoi primi riscontri positivi e se ancora è presto per parlare di dati di ascolto c’è comunque da segnalare la buona rilevanza ottenuta a livello mediatico, con il rilancio di più di un’agenzia e l’interesse dimostrato da diverse testate giornalistiche, ma quello che conta di più per Diasio sono le richieste di adesione da parte di altre realtà dell’area mediterranea che già si sono dette pronte a partecipare, come “Radyo Acik” di Istanbul, “Femme communication”, centro di produzione algerino tutto al femminile e l’agenzia internazionale IPS (Inter Press Service), con sede a Roma, ma che dispone di una rete di corrispondenti dislocati in oltre 100 paesi. Per ascoltare MIR basta avere una parabola e un ricevitore, e sintonizzarsi sul canale 9600 di Eutelsat 13°E (i dettagli tecnici sul sito www.amisnet.org).
lunedì, marzo 26, 2007
I 10 giochi più importanti della storia
“Spacewars”, “Tetris” e “Zork”. Sono alcuni dei titoli inseriti nella lista dei dieci videogiochi più influenti della storia, redatta da una commissione ad hoc costituita durante l’ultima edizione della “Game Developers Conference”, tenutasi a San Francisco nella prima settimana di marzo. La commissione, presieduta da Henry Lowood, curatore della “Collezione di Storia della Scienza e della Tecnica” presso l’Università di Stanford ha presentato la lista dei titoli con la richiesta che essi vengano inseriti e conservati nella prestigiosa Libreria del Congresso americano di Washington che ora dovrà decidere se dopo l’ingresso della “National Film Preservation Board”, l’istituzione per la conservazione delle pellicole che hanno fatto la storia del cinema, sia arrivato il momento o meno anche dei videogiochi nella “libreria nazionale” americana. L’intenzione dei promotori dell’iniziativa, tra cui c’è anche l’italiano Matteo Bittanti, 31enne ricercatore e scrittore a Stanford, è quella di “testimoniare il fatto che i giochi digitali hanno un significato culturale e una rilevanza storica”, come dichiarato dallo stesso Lowood in una recente intervista al New York Times. Così nella lista sono stati inclusi tutti i capostipiti dei generi che in pochi anni si sono imposti come veri e propri fenomeni culturali. Ecco allora in cima alla lista lo “Spacewars” del lontano 1962, mai commercializzato per i costi elevati dell’epoca, ma che ha rappresentato il primo gioco d’azione e multigiocatore a simulare una sorta di guerra spaziale; il “Tetris” del 1985, tanto semplice graficamente quanto ingegnoso come rompicapo; il “SimCity” del 1989, primo esempio di gioco in cui l’utente è chiamato a creare dal nulla una città o il “Super Mario Bros La lista completa dei giochi storici: Spacewar (1962), Star Raiders (1979), Zork (1980), Tetris (1985), SimCity (1989), Super Mario Bros. 3 (1990), Civilization I (1991), Doom (1993), Warcraft(1994), Sensible World of Soccer (1994)
Kongregate.com, lo youtube dei videogiochi
Come comportarsi e, soprattutto, come spiegare il mio progetto agli investitori della Silicon Valley se devo chiedergli un milione di dollari per poterlo finanziare? È quello che avrà pensato qualche giorno fa il produttore di videogiochi Jim Greer prima di sedersi per raccontare il suo piano, che una soluzione, in realtà, l’ha trovata abbastanza facilmente; gli è bastato paragonare la sua creazione a quel “Youtube” che è stato capace di modificare la fruizione dei video nel web da parte degli utenti. Così Greer ha definito il suo kongregate.com come il “youtube dei videogiochi”, destando l’attenzione e la curiosità dei suoi ascoltatori. Non solo una trovata pubblicitaria però, perché kongregate.com in effetti, ricalca i meccanismi e, in parte, anche l’aspetto grafico del sistema di video del più quotato portale per la visione dei filmati acquistato recentemente da google. Kongregate, battezzato a giugno dell’anno scorso, ha funzionato per qualche mese ad inviti, con giocatori e sviluppatori chiamati a provarlo, per poi essere aperto a tutti gli utenti dopo Natale e ora il portale contiene già più di trecento giochi differenti, tutti in flash, caricati dagli stessi utenti. Quello che differenzia kongregate, e che lo rende anche più appetibile rispetto a youtube è la possibilità da parte degli sviluppatori di guadagnare grazie a diverse offerte previste dal portale; i creatori che uploaderanno i propri giochi al sito, infatti, non riceveranno solamente gloria e popolarità, ma anche parte dei profitti generati dalle iscrizioni al sito (gli utenti possono infatti scegliere diverse modalità di gioco: un abbonamento per accessi limitati oppure pagamenti per ogni gioco provato). Inoltre Kongregate offre tra il 25% e il 50% delle entrate pubblicitarie e l'80% dell'entrate provenienti da eventuali transazioni in un gioco. I servizi non si fermano però alla sola questione economica, e puntano piuttosto a far diventare kongragate come il punto di riferimento della comunità degli sviluppatori dei giochi in flash, diventati, grazie alle nuove versioni del programma, sempre più sofisticati e anche sempre più giocati, soprattutto on line. Per raggiungere l’obiettivo Greer, che ha iniziato a produrre videogiochi con il suo computer Apple II quando aveva 12 anni, ha pensato ad altre funzionalità come la possibilità di votare e commentare i giochi provati, le classifiche dei giochi più popolari e le ricerche per tipologia e categoria. Per ogni gioco è riportato poi, oltre a descrizione e tag assegnate, il numero di persone che ci stanno giocando in quel momento e anche una chat on line; tutto allo scopo, naturalmente, di far emergere i giochi migliori visto che, come è logico dedurre, non tutti i 300 giochi presenti sul portale meriterebbero una così ampia vetrina. Lo ha chiarito lo stesso Greer che ha dichiarato che “non tutti i giochi sono delle gemme, ma i primi 100 lo sono”. Intanto però il progetto iniziale ha preso piede richiamando l’attenzione di altri investitori, come Reid Hoffman, fondatore di LinkedIn ed ex amministratore di PayPal, che punta alla crescita del sistema perché “se hai mille persone che creano un contenuto, allora possono nascere cose veramente interessanti”.
Iscriviti a:
Post (Atom)