Una probabilità su 14.322, era l’unica che aveva Phil Logan di azzeccare la combinazione vincente che ha fatto la fortuna degli scommettitori del Regno Unito che ogni giorno seguono i suoi consigli dalle pagine interne del tabloid inglese Sun. Logan, nome d’arte Templegate, è un esperto di scommesse sugli eventi sportivi e ogni giorno dispensa suggerimenti sulle puntate da effettuare, una rubrica seguitissima nella nazione simbolo dei concorsi a premio legati allo sport. Anche in Italia quella dei consigli sulle giocate è diventata una pratica comune per i quotidiani sportivi e per quelli nati a ridosso della legalizzazione delle scommesse, ma mai un giornale, né nel nostro paese né tanto meno in Inghilterra era riuscito nell’impresa di cui è stato capace lunedì l’ormai ricercatissimo Templegate, anche se già in passato lo stesso aveva dimostrato più di una volta di saper prevedere con successo i risultati. “Indovinando” i sette cavalli vincenti delle sette corse in programma a Sandown, Templegate ha consentito a chi ha seguito i suoi suggerimenti di sbancare i bookmakers in una giornata che è costata più di 7.5 milioni di euro alle più grandi agenzie di scommesse del Paese come Ladbrokes e William Hill. Le perdite accumulate nella giornata dai “bookies” sono paragonabili solo ad un’altra giornata nera per il mondo delle scommesse inglese, quella in cui il fantino italiano Frankie Dettori vinse tutte e sette le sue gare ad Ascot nel 1996 montando sette cavalli diversi. Eventi più unici che rari, comunque non in grado di scalfire minimamente le fondamenta delle grandi agenzie di scommesse che qualche battuta d’arresto devono pur mettere in preventivo, ma che ha fatto la fortuna di tanti comuni mortali che con puntate di poche sterline si sono portati a casa grandi somme; casi che hanno trovato spazio nelle pagine del Sun in edicola ieri, come quello di Jim Lees che si è portato a casa più di quattordici mila sterline puntandone poco meno di dieci, e c’è anche chi è arrivato a vincerne 45 mila (circa 67mila euro) dopo averne giocate 500. Sorpreso, ma chiaramente soddisfatto Logan che ha dichiarato: "Sono felicissimo per i nostri lettori. Io scelgo i cavalli con molta attenzione, dopo molta ricerca sulla forma degli animali, le condizioni del campo, le corse che hanno disputato e vinto in passato, insomma, ci metto parecchio a decidere chi potrebbe vincere e sono molto fiero d'averci azzeccato così in pieno!" e anche il famoso tabloid ha voluto festeggiare l’evento dedicando la prima pagina di ieri alla prossima sfida che aspetta Templegate; proprio ieri infatti, è cominciato il Festival di Cheltenham e ora, è il caso di dire che c’è da scommetterci, a leggere i consigli di Logan ci penseranno ancora più lettori. mercoledì, marzo 14, 2007
I pronostici del Sun fanno saltare il banco
Una probabilità su 14.322, era l’unica che aveva Phil Logan di azzeccare la combinazione vincente che ha fatto la fortuna degli scommettitori del Regno Unito che ogni giorno seguono i suoi consigli dalle pagine interne del tabloid inglese Sun. Logan, nome d’arte Templegate, è un esperto di scommesse sugli eventi sportivi e ogni giorno dispensa suggerimenti sulle puntate da effettuare, una rubrica seguitissima nella nazione simbolo dei concorsi a premio legati allo sport. Anche in Italia quella dei consigli sulle giocate è diventata una pratica comune per i quotidiani sportivi e per quelli nati a ridosso della legalizzazione delle scommesse, ma mai un giornale, né nel nostro paese né tanto meno in Inghilterra era riuscito nell’impresa di cui è stato capace lunedì l’ormai ricercatissimo Templegate, anche se già in passato lo stesso aveva dimostrato più di una volta di saper prevedere con successo i risultati. “Indovinando” i sette cavalli vincenti delle sette corse in programma a Sandown, Templegate ha consentito a chi ha seguito i suoi suggerimenti di sbancare i bookmakers in una giornata che è costata più di 7.5 milioni di euro alle più grandi agenzie di scommesse del Paese come Ladbrokes e William Hill. Le perdite accumulate nella giornata dai “bookies” sono paragonabili solo ad un’altra giornata nera per il mondo delle scommesse inglese, quella in cui il fantino italiano Frankie Dettori vinse tutte e sette le sue gare ad Ascot nel 1996 montando sette cavalli diversi. Eventi più unici che rari, comunque non in grado di scalfire minimamente le fondamenta delle grandi agenzie di scommesse che qualche battuta d’arresto devono pur mettere in preventivo, ma che ha fatto la fortuna di tanti comuni mortali che con puntate di poche sterline si sono portati a casa grandi somme; casi che hanno trovato spazio nelle pagine del Sun in edicola ieri, come quello di Jim Lees che si è portato a casa più di quattordici mila sterline puntandone poco meno di dieci, e c’è anche chi è arrivato a vincerne 45 mila (circa 67mila euro) dopo averne giocate 500. Sorpreso, ma chiaramente soddisfatto Logan che ha dichiarato: "Sono felicissimo per i nostri lettori. Io scelgo i cavalli con molta attenzione, dopo molta ricerca sulla forma degli animali, le condizioni del campo, le corse che hanno disputato e vinto in passato, insomma, ci metto parecchio a decidere chi potrebbe vincere e sono molto fiero d'averci azzeccato così in pieno!" e anche il famoso tabloid ha voluto festeggiare l’evento dedicando la prima pagina di ieri alla prossima sfida che aspetta Templegate; proprio ieri infatti, è cominciato il Festival di Cheltenham e ora, è il caso di dire che c’è da scommetterci, a leggere i consigli di Logan ci penseranno ancora più lettori. martedì, marzo 13, 2007
Videogiochi: e se l'abuso fosse colpa dei genitori?
venerdì, marzo 09, 2007
Le Lega attacca Fiorello, ma inciampa su una zeta di troppo
giovedì, marzo 08, 2007
La "fiction reale" che appassiona il pubblico e insegna la storia
Cosa è che muova la mente umana a quella sorta di cinica curiosità che spinge ad “indagare” fra le righe dei delitti e dei fatti di cronaca nera è forse ancora un mistero, il fatto certo è che l’interesse e la passione del pubblico per i testi di genere cresce e coinvolge un pubblico molto vasto. Le saghe delle più cruente bande criminali delle nostre città, che spesso si legano alla storia e ai misteri irrisolti d’Italia, offrono ai lettori uno spaccato storico della nostra nazione regalando allo stesso tempo protagonisti, vicende e suspence che si prestano alla perfezione come elementi portanti della fiction “reale”. In America questo tipo di narrazione ha consentito al talentuoso James Ellroy di imporsi al grande pubblico grazie all’intrigante mix tra fiction e realtà che trova la sua consacrazione nella triologia americana, iniziata con “American Tabloid”, un crudissimo spaccato dell'America degli anni Sessanta che attraverso un viaggio allucinante di tre personaggi in bilico tra crimine e giustizia, si conclude con l’omicidio Kennedy, analizzato in virtù di una miriade di collegamenti, piste, relazioni, doppi e tripli giochi tra Cia, Fbi, Mafia e Ku Klux Kan. Questo tipo di letteratura è arrivato in Italia con il fisiologico ritardo rispetto all’editoria anglosassone ma negli ultimi anni l’offerta di libri ripresi direttamente dalla cronaca nera è cresciuta fino alla consacrazione del “Romanzo Criminale” di De Cataldo, che nel martedì, marzo 06, 2007
Tv, inizia l'era digitale. In Sardegna lo "Switch-off"
martedì, febbraio 27, 2007
Adesso la Chiesa scende in campo sul serio
È cominciata sabato e non è passata inosservata all’attenzione dei media, pronti ad immortalare l’ultima, e sicuramente più originale, trovata della Chiesa degli ultimi mesi. Parliamo della Clericus Cup, il primo campionato di calcio pontificio per preti e seminaristi di tutto il mondo. La Chiesa insomma si da al calcio, con la speranza forse un tantino esagerata, di vedere un giorno la squadra con i colori vaticani battersi contro Inter, Milan e Juventus, le grandi del nostro calcio, come ha affermato il cardinal Bertone, uno dei più grandi sostenitori dell’iniziativa. Nel momento più triste e buio dello sport amato e praticato dalla maggior parte degli italiani, la discesa in campo del Vaticano sembra proprio un gran paradosso, ma tant’è e sabato davanti ad un pubblico molto più devoto rispetto a quello delle tanto chiacchierate curve dei nostri stadi, si è svolta la partita inaugurale tra i “brasiliani” dell’Università Gregoriana e il collegio Mater Ecllesiae. La cronaca della partita ha offerto già spunti interessanti; parlando del risultato ad esempio, non può che sorprendere il fatto che gli allievi abbiano già superato i maestri, i seminaristi hanno infatti liquidato i più quotati sudamericani con un punteggio tennistico. Un giovedì, febbraio 22, 2007
Ma un buon libro a volte non basta, attenti agli "editori a perdere"
Va bene, abbiamo un libro. Lo abbiamo scritto con tanto amore, ci abbiamo speso tanto tempo confidando di vederlo pubblicato perché, in cuor nostro, crediamo che sia il libro perfetto, quello capace di risaltare tra il grande pubblico. Ci resta solo da trovare un editore disposto a pubblicarlo. Prima di cominciare a cercarne uno, anche Miriam Bendia era una delle tante a far parte di quella orda di scrittori pronti a tutto pur di vedere il proprio testo compreso tra una prima e una quarta di copertina, magari in bella mostra in libreria. Armata di belle speranze cominciò così il suo viaggio alla ricerca di quell’editore che potesse soddisfare le sue speranze, ma si accorse ben presto che quello dell’editoria non era il mondo dorato che si aspettava. Appurato sin da subito che i grandi editori non prendono nemmeno in considerazione le opere di autori esordienti, all’autrice non rimane che provare a cercare di pubblicare il suo primo libro con una piccola casa editrice. È da qui che comincia il travagliato viaggio di Miriam tra gli “Editori a perdere” che, paradossalmente, diventerà proprio un libro quando, nel 2001, la coraggiosa Stampa Alternativa pubblicherà il volume integrato anche dall’esilarante “Manuale per non farsi pubblicare” di Antonio Barocci. “Editori a perdere” è la descrizione di un mondo che dovrebbe rappresentare ben altra cosa rispetto a quello che succede. Il mondo editoriale descritto dalla Bendia è “un mondo sommerso di truffe e imbrogli ai danni dei giovani autori che deve finalmente essere portato allo scoperto”, in cui editori “Arraffa&divora” approfittano dell’ingenuità degli esordienti per sottoporli a contratti “truffa” con i quali, ad esempio, viene chiesto un importante contributo economico che il più delle volte si dimostra essere solo una fonte di guadagno per la casa editrice che non rispetta gli impegni presi. Una tendenza sempre più in voga tra i piccoli editori che spuntano come funghi anche a causa, secondo l’autrice, della smania degli autori di vedersi pubblicati. Tutto secondo la normale legge della domanda e offerta; tanti autori che vogliono vedersi pubblicati ad ogni costo significano tanti pseudo-editori che ne approfittano promettendo tirature elevate, contatti con amici giornalisti per le recensioni, una distribuzione capillare in grado di far arrivare il libro in tutte le librerie ecc. salvo poi dimostrarsi dei veri e propri truffatori. In “Editori a perdere” tutto questo è raccontato in maniera ironica, il libro scorre veloce e si presta ad essere letto tutto d’un fiato, ma i contenuti sono forti e a volte verrebbe voglia di non crederci. Eppure Miriam ci è passata, ha visto con i suoi occhi le copie del proprio libro ammassate nello stanzino di una fantomatica editrice romana, si è sentita chiedere undici milioni di lire da un editore bolognese per stampare mille copie di un libro di settanta pagine che da un tipografo onesto sarebbe costato poco più di un milione ed ha inutilmente perso tempo e denaro dietro a promesse mai mantenute. Stanca di tutto ciò, lunedì, febbraio 19, 2007
internet e videogiochi alla "cinese"

Sappiamo, come descrive anche lei nel testo, che è estremamente difficile ricevere informazioni dalla Cina. In che modo allora è riuscita e riesce a documentarsi sull’argomento?
In effetti il filtro che viene attuato sulle informazioni in uscita dalla Cina è una cosa che potrebbe stupire noi occidentali. Per un cinese è praticamente impossibile mandare e-mail liberamente, e le persone che mandano informazioni di qualsiasi genere, devono essere iscritti in appositi registri. Chi sfugge a queste regole viene subito posto in arresto. Io personalmente ricevo informazioni attraverso una serie di amicizie strette nel corso degli anni soprattutto in Corea, dove sono stata più volte per lavoro. In Cina ho avuto occasione di starci pochi giorni, una visita breve, ma intensa, visto che ho avuto la fortuna – sfortuna di essere a piazza Tian an men il giorno prima del massacro.
Il mercato cinese rappresenta una bella fetta di torta a cui puntare. Si spiega per questo il fatto che le grandi multinazionali come Microsoft si pieghino al volere del Governo?
Assolutamente. Tutte le grandi multinazionali hanno capito che il mercato cinese è ormai quello su cui puntare. E per questo sono disposte ad adeguarsi alla cultura del paese “ospitante” senza problemi. Nel caso cinese poi, questo adeguarsi deve tener conto di regole culturali insite negli abitanti in maniera fortissima. In Cina l’individualismo viene dopo l’interesse del bene comune, le multinazionali lo hanno già capito e sperimentato e sono ben disposte ad una adesione non solo esteriore, ma che tenga conto di tutte le regole della società.
Ma in che modo il Governo riesce ad avere un controllo totale sul mondo dei nuovi media e di internet?
Dire che il controllo è totale forse è esagerato. Internet, per le sue caratteristiche, si presta alla possibilità di “violare” il sistema. Detto questo però, è certo che il Governo riesce a controllare comunque la quasi totalità dei contenuti che viaggiano in rete. Lo fa attraverso un vero e proprio esercito di più di quaranta mila “cyber poliziotti” ufficiali, anche se
Il Governo non vuole farsi sfuggire proprio nessun possibile contestatore del “sistema” Cina?
Sì. Il controllo dei possibili “sovversivi” non poteva di certo non tener conto dei nuovi media. Ma non si limita solo ai contenuti. C’è una forte prevenzione contro i possibili contestatori attuata, ad esempio, attraverso le cliniche per gli “Addicted”, i drogati da videogiochi e da internet, un’etichetta che spesso e volentieri viene applicata a chi semplicemente non rappresenta un modello. Per avere il controllo delle migliaia di internet point disseminati nel paese invece, si è preso come pretesto un incendio in uno di essi. Sono stati chiusi tutti, e quando sono stati riaperti hanno dovuto sottostare a regole molto più severe.
Anche gli utenti dei videogiochi quindi sono visti come possibili sovversivi?
Il fatto è che il videogioco ti fa essere il soggetto di azioni che mutano il sistema. E per un Governo che lavora affinché questo sistema cambi il meno possibile ciò è chiaramente un problema.
Quali sono state le contromisure adottate?
Il primo videogioco vietato è stato “Project IGI2”, un gioco in cui l’utente doveva bloccare un terrorista cinese che rubava armi sottraendo segreti militari al proprio paese. Un gioco che dunque ledeva l’immagine del popolo cinese. Anche in questo caso però il governo si è preoccupato anche di prevenire il problema. Ai videogiochi è stato imputato di essersi intromessi nell’educazione, quindi è stata creata una commissione politica per realizzare videogiochi educativi. Tra questi “Anti Japan”, una rievocazione storica della guerra con il Giappone in cui l’utente non può scegliere di essere un giapponese e in cui comunque vince sempre
È una sorta di lavaggio del cervello?
Esatto, ora bisogna capire se sia il sistema migliore o meno. Dal punto di vista di un occidentale può sembrare strano. Ma siamo sicuri che la nostra libertà in certi campi sia la cosa migliore? In effetti se penso alle “libertà” tecnologiche che permettono ad una bambina di cadere nelle mani di una rete di pedofili qualche dubbio mi viene.
venerdì, febbraio 16, 2007
Il manuale del buon scrittore
Arrivare a vedere il proprio nome stampato su un testo esposto in libreria è cosa quanto mai difficile. Ogni aspirante autore che vuole realizzare questo “sogno” compie una serie di errori che compromettono definitivamente il percorso verso l’agognato traguardo e, cosa forse più grave, lo fa senza rendersene conto. Perché la lunga trafila che il libro nascosto nel cassetto deve seguire prima di essere pubblicato rappresenta una strada impervia che l’autore, sempre troppo sicuro di se, conosce poco e male. Ora, per aiutare gli aspiranti scrittori a conoscere i “trucchi” del mestiere e per evitare che gli stessi compiano quegli errori facilmente evitabili, arriva in libreria “78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai pubblicato & 14 motivi per cui invece potrebbe anche esserlo”, un testo scritto da Pat Walsh, editor americano e co-fondatore della casa editrice indipendente MacAdam/Cage, pubblicato in Italia da TEA. Il titolo del libro è tutto un programma, ma l’avvertenza principale a cui bisogna rispondere prima di leggerlo è quella di essere disponibili a mettere da parte la propria esagerata autostima che ogni nuovo autore porta con se. Il primo consiglio è proprio questo, rassegnarsi a capire che non è assolutamente detto che il proprio libro sia pubblicabile, il primo nemico del “successo” è proprio la tanta sicurezza che, tradotta, significa non rileggere mai quello che si è scritto o preferire far visionare la propria opera ad amici e conoscenti invece che agli addetti ai lavori, gli unici in grado di poter dare un giudizio negativo sul testo. Walsh su questo è chiaro dall’inizio, ma si mette tranquillamente a disposizione di tutti quelli che, invece, sono disposti ad affrontare la realtà e che, con onestà e impegno, intendono prendere sul serio l’arte, il mestiere e il duro lavoro di comporre. Quindi largo al decalogo del buon scrittore che deve per prima cosa “saper farsi notare” ma non deve mai dimenticare l’ultimo consiglio e cioè quello di “divertirsi” sempre e comunque mentre scrive. Nel mezzo ci sono le regole da seguire per essere pubblicato: dal “coltivare grandi speranze e aspettative ragionevoli”, al “mantenere una prospettiva sana”, alla “buona gestione del proprio tempo”, alla “pazienza condita di tenacia”, alla “elasticità”, fino al “fare tesoro dei no ricevuti”, all’“assumersi rischi calcolati”, per finire col “prendersi sul serio”. Grazie alla sua grande conoscenza del settore, e partendo dalle tante ragioni per cui un manoscritto non raggiunge quasi mai la libreria, Walsh guida il lettore attraverso il mondo editoriale, con le sue diverse esigenze e particolarità, ma non tralasciando, chiaramente, gli ingredienti fondamentali di un buon libro; è questo in fondo l’obiettivo che ogni aspirante autore deve imporsi, perché, come dice lo stesso Walsh “nulla vi avvicinerà al sospirato traguardo della pubblicazione più del fatto di aver scritto un bel libro”.giovedì, gennaio 25, 2007
Radio città futura, dall'etere romana un ponte per il mondo
Da circa un anno la storica emittente romana Radio Città Futura ha inserito nella sua programmazione alcuni tra i programmi di punta della BBC World Service, la sezione radiofonica internazionale del network britannico. Una voce autorevole nel panorama informativo mondiale che consente a milione di persone di essere aggiornati sui fatti, gli avvenimenti e i personaggi del globo. Ne abbiamo parlato con Marco Moretti, direttore dei programmi di RCF.
Radio Città Futura ha trent’anni e ha vissuto tutti i cambiamenti nella storia di quelle emittenti che sono nate nella stagione delle Radio Libere. Cosa è cambiato oggi, e come si pone la vostra emittente nel panorama della programmazione radiofonica odierna?
È chiaro che rispetto agli anni ’70 c’è stata una grossa evoluzione, che poi è stata anche quella del linguaggio della comunicazione. Ma tanto è rimasto dell’identità passata di Radio Città Futura. Soprattutto la curiosità di cercare di guardare oltre al mainstream e quindi di affiancare ai grandi fatti anche le notizie che potrebbero sembrare meno importanti. Da questo punto la nostra radio è riuscita a mantenere una pluralità di voci che rappresenta un caso quasi unico nel panorama della FM romana.
Da un anno a questa parte la vostra emittente ha allargato gli orizzonti, e nella vostra programmazione oggi potete vantare la collaborazione con
Potremmo dire che è stata una serie di felici coincidenze;
E come è stato possibile realizzare il tutto?
Per quanto riguarda la realizzazione tutto è stato più facile di quanto immaginassimo. Loro si sono presentati in maniera molto rispettosa, quasi con umiltà. L’unica cosa che abbiamo dovuto fare è stata quella di trovare la giusta collocazione nel nostro palinsesto. Trattandosi di una trasmissione in inglese dovevamo stare attenti a cercare di coinvolgere sia la comunità di lingua inglese romana che i nostri abituali ascoltatori. Quello che mandiamo in onda è il servizio World della BBC, un notiziario che va in onda in tutto il mondo e l’obiettivo era proprio quello di coinvolgere il pubblico italiano.
Abbiamo detto che il servizio World della BBC si occupa dell’informazione a livello internazionale. Quali sono le differenze che avete potuto notare rispetto al nostro modo di fare informazione?
Le differenze ci sono, e vanno al di là della grande potenzialità di mezzi di cui loro dispongono. È anche una questione di stile che si differenzia molto dal nostro. E non è una questione di luoghi comuni. Il programma che mandiamo in onda dalle 22.00 alle 23.00, si chiama “Newshour”, il loro talk serale di informazione, in cui spesso vengono condotte interviste a diverse tipologie di ospite. Dal presidente di un grande paese ad un personaggio teoricamente meno importante. Bene, l’approccio dell’intervista è sempre lo stesso: incalzante e rigoroso, senza fare sconti a nessuno, sicuramente molto meno referenziale del nostro.
In che modo il pubblico della radio ha risposto a questa iniziativa? Che tipo di feed-back avete riscontrato dagli ascoltatori?
Le reazioni positive che ci aspettavamo sono arrivate dalla comunità inglese, tutte estremamente positive. Quello che ci ha fatto invece molto piacere è stato ricevere messaggi, e-mail e telefonate di complimenti dal nostro pubblico abituale. Lo dico sinceramente: non ho sentito nessuna voce di dissenso alla nostra iniziativa.
Quali sorprese ci riserverà ancora la vostra radio?
Le novità in lavorazione sono diverse, per il momento abbiamo allargato ancora di più le nostre collaborazioni con un progetto lanciato alla fine dell’anno. Una collaborazione con “All for peace”, un’emittente di Gerusalemme che trasmette per israeliani e palestinesi. Con loro abbiamo realizzato uno scambio di programmi, sempre in inglese. Si tratta di interessanti contenitori delle attività culturali e sociali delle rispettive comunità. Quello che registriamo noi e che mandiamo in onda dalle loro frequenze si chiama “All for you”.
E per quanto riguarda lo spettacolo?
Naturalmente seguiamo con interesse tutto il panorama culturale nazionale e romano. Tutti i giorni dalle 15.00 va in onda “Primo spettacolo”, un magazine giornaliero di notizie e commenti sul mondo dello spettacolo arricchito nella fase finale da interviste approfondite di circa mezz’ora. Chiaramente, nell’ottica della nostra radio, le interviste sono dedicate anche a personaggi meno noti. Nella programmazione musicale invece diamo particolare attenzione ai suoni del mondo, seguendo con particolare attenzione la musica africana, brasiliana e tutto quello che trova poco spazio nelle radio tradizionali.