mercoledì, marzo 14, 2007

I pronostici del Sun fanno saltare il banco

Una probabilità su 14.322, era l’unica che aveva Phil Logan di azzeccare la combinazione vincente che ha fatto la fortuna degli scommettitori del Regno Unito che ogni giorno seguono i suoi consigli dalle pagine interne del tabloid inglese Sun. Logan, nome d’arte Templegate, è un esperto di scommesse sugli eventi sportivi e ogni giorno dispensa suggerimenti sulle puntate da effettuare, una rubrica seguitissima nella nazione simbolo dei concorsi a premio legati allo sport. Anche in Italia quella dei consigli sulle giocate è diventata una pratica comune per i quotidiani sportivi e per quelli nati a ridosso della legalizzazione delle scommesse, ma mai un giornale, né nel nostro paese né tanto meno in Inghilterra era riuscito nell’impresa di cui è stato capace lunedì l’ormai ricercatissimo Templegate, anche se già in passato lo stesso aveva dimostrato più di una volta di saper prevedere con successo i risultati. “Indovinando” i sette cavalli vincenti delle sette corse in programma a Sandown, Templegate ha consentito a chi ha seguito i suoi suggerimenti di sbancare i bookmakers in una giornata che è costata più di 7.5 milioni di euro alle più grandi agenzie di scommesse del Paese come Ladbrokes e William Hill. Le perdite accumulate nella giornata dai “bookies” sono paragonabili solo ad un’altra giornata nera per il mondo delle scommesse inglese, quella in cui il fantino italiano Frankie Dettori vinse tutte e sette le sue gare ad Ascot nel 1996 montando sette cavalli diversi. Eventi più unici che rari, comunque non in grado di scalfire minimamente le fondamenta delle grandi agenzie di scommesse che qualche battuta d’arresto devono pur mettere in preventivo, ma che ha fatto la fortuna di tanti comuni mortali che con puntate di poche sterline si sono portati a casa grandi somme; casi che hanno trovato spazio nelle pagine del Sun in edicola ieri, come quello di Jim Lees che si è portato a casa più di quattordici mila sterline puntandone poco meno di dieci, e c’è anche chi è arrivato a vincerne 45 mila (circa 67mila euro) dopo averne giocate 500. Sorpreso, ma chiaramente soddisfatto Logan che ha dichiarato: "Sono felicissimo per i nostri lettori. Io scelgo i cavalli con molta attenzione, dopo molta ricerca sulla forma degli animali, le condizioni del campo, le corse che hanno disputato e vinto in passato, insomma, ci metto parecchio a decidere chi potrebbe vincere e sono molto fiero d'averci azzeccato così in pieno!" e anche il famoso tabloid ha voluto festeggiare l’evento dedicando la prima pagina di ieri alla prossima sfida che aspetta Templegate; proprio ieri infatti, è cominciato il Festival di Cheltenham e ora, è il caso di dire che c’è da scommetterci, a leggere i consigli di Logan ci penseranno ancora più lettori.

martedì, marzo 13, 2007

Videogiochi: e se l'abuso fosse colpa dei genitori?

La lente di ingrandimento della televisione amplifica allo spasimo i cambiamenti in atto nei comportamenti degli adolescenti, riprendendo e proponendo al pubblico veri e propri episodi di cronaca ispirati dalle nuove tecnologie e i fatti di cronaca degli ultimi tempi ci costringono ogni giorno a riflettere su quello che sta succedendo alle nuove generazioni. Video di violenze su pari età handicappati e più deboli o su professoresse forse un po’ troppo accondiscendenti finiscono sempre più spesso on line e vengono riportati poi nelle pagine di cronaca, stimolando un dibattito che vede impegnate associazioni di tutela dei minori, sociologi, psicologi e, immancabilmente, anche politici. L’ultimo fatto di cronaca è stato quello di un bambino di 10 anni della provincia di Pesaro svenuto dopo aver passato più due ore a giocare con i videogiochi, episodio che ha portato l’esponente della Margherita Dorina Bianchi, vicepresidente della Commissione Affari sociali, a chiedere “Una campagna di informazione che aiuti i genitori ad educare i figli nell'uso dei videogiochi”. “È impensabile – prosegue la deputata dielle - che un bambino di quell'età possa passare così tanto tempo davanti ad un videogioco. Purtroppo assistiamo sempre più frequentemente alla deleteria abitudine di parcheggiare i propri figli davanti ad una scatola che ha il potere di estraniarli dal resto del mondo”. Sarà che la Bianchi ha centrato il problema? Insomma, il dibattito in atto sull’uso e l’abuso di videogiochi violenti (e non) da parte dei minori si è più volte impantanato sulle richieste delle associazioni di bloccare la vendita di quei videogiochi “pericolosi” per le menti dei ragazzini. Richiesta quanto mai esagerata tanto che le case di produzione, davanti ai giudici, sono uscite sempre vincitrici; i videogiochi violenti o quelli che comunque contengono scene più cruente, infatti, sono già vietati ai minori e non si può pretendere certo che le case produttrici limitino la propria produzione di giochi “sparatutto”, sarebbe un po’ come imporre alle case cinematografiche di non fare più film horror. Le parole della Bianchi spostano dunque l’asse della discussione su un altro campo, quello che interessa la famiglia che dovrebbe tutelare i bambini prima di chiunque altro. Insomma le regole, seppur facilmente raggirabili dai giovanissimi in grado ormai di reperire qualsiasi materiale dalla rete, ci sono; quello che manca è un controllo nelle camere dei ragazzi, che non può essere certo svolto dalle autorità. Un compito abbastanza arduo per quei genitori che non sanno nemmeno cosa sia un mouse, ma è proprio in questa direzione che le parole della Bianchi dovrebbero fare breccia, stimolando le famiglie ad una maggiore comprensione del problema. È vero, l’abuso (e non l’uso) dei videogiochi, ma anche quello della televisione o dei telefonini è nocivo, ma per evitare la loro pericolosità non bastano i divieti e le censure, serve una maggiore responsabilità da parte di tutte le componenti famigliari. E se qualche settimana fa ci ha pensato addirittura Bill Gates a dare il buon esempio, dichiarando di aver imposto alla propria figlia di dieci anni di poter passare un massimo di tre quarti d’ora davanti alla console, allora qualcosa in questa direzione si muove davvero.

venerdì, marzo 09, 2007

Le Lega attacca Fiorello, ma inciampa su una zeta di troppo

Gli capitano così, e non lo fa di certo a posta. Nel bene e nel male Fiorello è sempre al centro dell’attenzione. Le sue gag sono riprese un giorno si e l’altro pure da editorialisti vari che fanno a gara per commentare gli interventi dei personaggi ospiti di “Viva Radio 2” condotta insieme a Marco Baldini, o le battute dello show man, che proprio grazie alla radio riesce a lanciare personaggi e tormentoni difficilmente proponibili in video. L’ultimo “caso Fiorello” però, ha del paradossale e può essere spiegato forse, solo partendo dall’irrefrenabile voglia di rilasciare dichiarazioni davanti ai taccuini dei giornalisti da parte di onorevoli in cerca di gloria. Potrebbe essere questa una delle chiave di lettura della gaffe del senatore Ettore Pirovano, chiamato a difendere l’onore e la credibilità della Lega e soprattutto del proprio leader Umberto Bossi. Il senatore leghista è partito a testa bassa e mentre la trasmissione era ancora in onda, ha rilasciato alle agenzie dichiarazioni che dimostravano un certo disprezzo per il comportamento di Fiorello, reo di aver scherzato sulla malattia di Bossi leggendo una finta lettera della Merkel. Secondo la cancelliera, per abbassare i gas serra sarebbe stato necessario mettere un pannolone al leader leghista. Battute al limite della logica della satira che avrebbero dovuto comportare la censura della trasmissione. Ora, sulle sanzioni disciplinari da prendere contro la squadra di “Viva Radio 2” se ne sarebbe potuto parlare a lungo se non fosse che il “senatur” non era mai stato chiamato in causa da Fiorello; nella trasmissione incriminata, lo show man aveva tormentato per tutta la puntata uno degli autori del programma, tale Francesco Bozzi da Palermo che con il Bossi padano ha ben poco in comune e che qualche giorno fa si era reso protagonista di “effluvi corporali” durante la trasmissione, cosa che ha mandato in visibilio Fiorello e Baldini, subito pronti ad imbastirne un tormentone ad hoc. Un abbaglio in piena regola che ha comportato il naturale risentimento della coppia d’oro di Radio Due, i quali non hanno potuto far altro che prendere la palla al balzo. Dopo la richiesta di scuse pubbliche da fare in diretta durante la trasmissione è partito il nuovo tormentone e così a Pirovano è stato consigliato un accurato esame audiometrico, evidentemente – ha glissato Fiorello – il senatore non becca le frequenze sulla zeta. Per non essere da meno Baldini ha invece anticipato il titolo odierno della Padania: “Francesco Bozzi è un petomane!”.

giovedì, marzo 08, 2007

La "fiction reale" che appassiona il pubblico e insegna la storia

Cosa è che muova la mente umana a quella sorta di cinica curiosità che spinge ad “indagare” fra le righe dei delitti e dei fatti di cronaca nera è forse ancora un mistero, il fatto certo è che l’interesse e la passione del pubblico per i testi di genere cresce e coinvolge un pubblico molto vasto. Le saghe delle più cruente bande criminali delle nostre città, che spesso si legano alla storia e ai misteri irrisolti d’Italia, offrono ai lettori uno spaccato storico della nostra nazione regalando allo stesso tempo protagonisti, vicende e suspence che si prestano alla perfezione come elementi portanti della fiction “reale”. In America questo tipo di narrazione ha consentito al talentuoso James Ellroy di imporsi al grande pubblico grazie all’intrigante mix tra fiction e realtà che trova la sua consacrazione nella triologia americana, iniziata con “American Tabloid”, un crudissimo spaccato dell'America degli anni Sessanta che attraverso un viaggio allucinante di tre personaggi in bilico tra crimine e giustizia, si conclude con l’omicidio Kennedy, analizzato in virtù di una miriade di collegamenti, piste, relazioni, doppi e tripli giochi tra Cia, Fbi, Mafia e Ku Klux Kan. Questo tipo di letteratura è arrivato in Italia con il fisiologico ritardo rispetto all’editoria anglosassone ma negli ultimi anni l’offerta di libri ripresi direttamente dalla cronaca nera è cresciuta fino alla consacrazione del “Romanzo Criminale” di De Cataldo, che nel 2002 ha segnato il definitivo sdoganamento del genere. Dopo il successo del romanzo e quello della trasposizione cinematografica di Michele Placido, infatti, la storia e le gesta dei protagonisti della cruenta stagione della mala romana sono state riprese da più parti e la banda della Magliana è tornata a rivivere sui libri. In realtà Einaudi non è stata l’unica editrice a cogliere l’onda e nello stesso anno ci aveva già provato la Kaos edizioni con “La banda della Magliana” di Gianni Flamini, giornalista che non si è limitato al solo fattore criminale proprio per evitare di sottovalutare i collegamenti con i settori deviati dello stato, del Vaticano e delle banche. Di più recente pubblicazione il testo “Ragazzi di malavita. Fatti e misfatti della banda della Magliana”, di Giovanni Bianconi, che ancora una volta cerca il filo conduttore che lega i protagonisti della vicenda ai “grandi vecchi” nascosti dietro le scrivanie. La banda romana, per le sue peculiarità, è forse proprio la più adatta ad un tipo di narrazione che appassiona sia gli amanti dei “misteri all’italiana” che il genere poliziesco, ma la cronaca nera riesce sempre e comunque a regalare nuove idee a romanzieri, giornalisti e storici. Anche Vincenzo Cerami ha voluto confrontarsi con l’argomento, ma scegliendo un’altra visuale, quella dei delitti commessi dall’uomo della porta accanto, quello che non ti aspetti e nel suo “Fattacci. Il racconto di quattro delitti italiani” ha redatto un “resoconto psicologico” di quattro assassini che si basa sull’attrazione inconscia del male. Se Cerami ha cercato l’introspezione dell’animo dei carnefici, altro ha fatto Massimo Polidoro che con “Cronaca nera. Indagine sui delitti che hanno sconvolto l'Italia” ha analizzato e raccontato i delitti italiani che hanno fatto breccia nel cuore e nella mente degli italiani, dagli anni Venti fino al caso Cogne. E se anche il Corriere della Sera ha deciso di pubblicare in un libro le sue pagine di cronaca nera ecco la definitiva dimostrazione di quanto l’argomento sia di facile conquista per un pubblico di lettori sì curioso, ma disposto, anche attraverso i delitti, a cogliere i cambiamenti storici avvenuti nella nostra società.

martedì, marzo 06, 2007

Tv, inizia l'era digitale. In Sardegna lo "Switch-off"

La televisione del futuro sta arrivando e, anche se a piccoli passi, l’Italia ha cominciato il lento avvicinamento alla digitalizzazione della tv. La data da segnarsi sul taccuino è stata quella del primo marzo, il giorno che ha segnato l’arrivo del digitale terrestre nell’area di Cagliari coinvolgendo 122 paesi del suo hinterland; paesi come Maracalagonis, Ussana o Decimomannu che sono stati scelti per il passaggio, il tanto declamato “switch off”, dalla televisione analogica a quella digitale terrestre Dtt. La Sardegna, dunque, è la prima regione italiana a conoscere i pregi e i difetti del sistema televisivo che fra qualche anno interesserà anche il continente; alle tre del mattino di giovedì Rai Due, Rete 4 e QOOB di Telecom Italia Media sono “scomparse” definitivamente dagli schermi dei telespettatori sardi e ora sono visibili solo attraverso i decoder acquistati in gran numero anche grazie ai contributi statali che, cancellati a fine 2006, sono stati reintrodotti in Sardegna per l’occasione, stimolando una vera e propria corsa all’acquisto dell’ultimo istante. Più di 7000 decoder sono stati infatti comperati dagli ultimi ritardatari nella settimana dal 19 al 27 marzo, e non poteva essere altrimenti, visto che solo con essi sarà possibile usufruire della nuova proposta di canali in chiaro, passati da 14 a 37 (più due canali a pagamento e 9 canali radio) tra cui Boing, Rai Sport Satellite, Rai Utile e BBC World. Non poche le difficoltà tecniche e organizzative che si sono presentate nel momento del passaggio, e anche se il Ministero delle Comunicazioni ha creato una task-force di tecnici e installatori (a pagamento) ad hoc, la prima giornata è passata tra innumerevoli lamentele e una valanga di chiamate al numero verde istituito dallo stesso Ministero. In verità la maggior parte delle rimostranze sono state quelle di persone che mal si sono adattate al nuovo sistema, vuoi perché impreparate, vuoi perché in difficoltà nell’usare due telecomandi invece di uno, mentre per quanto riguarda il segnale non ci sono stati grandi problemi anche se in alcuni casi si è verificata una sovrapposizione di immagini tra lo stesso canale in analogico e in digitale; sovrapposizione che ha comportato una sorta di “effetto Picasso” con immagini deformate e improbabili protagonisti di film o trasmissioni. Il passaggio non è stato quindi completamente indolore, e come ogni grande rivoluzione che si rispetti, anche questa, seppur molto meno traumatica, ha lasciato qualche strascico polemico, ma ora che la situazione si sta pian piano normalizzando i cittadini sembrano apprezzare il nuovo sistema che consente di usufruire di una più ampia gamma di canali. Insomma se gli anziani, categoria maggiormente colpita dal cambiamento di questi giorni, hanno da lamentarsi per i tasti troppo piccoli del nuovo telecomando in dotazione, è anche vero che potranno pur consolarsi, per la prima volta, con le trasmissioni di Tele Radio Padre Pio.

martedì, febbraio 27, 2007

Adesso la Chiesa scende in campo sul serio

È cominciata sabato e non è passata inosservata all’attenzione dei media, pronti ad immortalare l’ultima, e sicuramente più originale, trovata della Chiesa degli ultimi mesi. Parliamo della Clericus Cup, il primo campionato di calcio pontificio per preti e seminaristi di tutto il mondo. La Chiesa insomma si da al calcio, con la speranza forse un tantino esagerata, di vedere un giorno la squadra con i colori vaticani battersi contro Inter, Milan e Juventus, le grandi del nostro calcio, come ha affermato il cardinal Bertone, uno dei più grandi sostenitori dell’iniziativa. Nel momento più triste e buio dello sport amato e praticato dalla maggior parte degli italiani, la discesa in campo del Vaticano sembra proprio un gran paradosso, ma tant’è e sabato davanti ad un pubblico molto più devoto rispetto a quello delle tanto chiacchierate curve dei nostri stadi, si è svolta la partita inaugurale tra i “brasiliani” dell’Università Gregoriana e il collegio Mater Ecllesiae. La cronaca della partita ha offerto già spunti interessanti; parlando del risultato ad esempio, non può che sorprendere il fatto che gli allievi abbiano già superato i maestri, i seminaristi hanno infatti liquidato i più quotati sudamericani con un punteggio tennistico. Un 6 a 0 che ha fatto già gridare al “miracolo”, mentre sembra che in seguito al rigore sbagliato sullo 0 a 1 il protagonista dell’errore abbia chiesto ai propri compagni se per caso quello potesse essere considerato un peccato… Fatte le dovute proporzioni, l’organizzazione del campionato ecclesiastico non si discosta dalla ben più quotata seria A, con la presenza di giocatori stranieri, folto pubblico sugli spalti, terne arbitrali e, soprattutto, significativi introiti da parte degli sponsor. Sulle maglie dei calciatori, infatti, campeggia in bella mostra il logo della Ina Assitalia, la compagnia assicuratrice che qualche hanno fa si era già impegnata nel mondo del calcio sponsorizzando la Roma di Totti. La differenza principale con il calcio più quotato? Non si giocherà mai di domenica, il giorno dedicato al Signore. Resta da capire ora, e qui il cronista è colto da una fortissima curiosità, cosa succederà ai giovani e inesperti calciatori “in saio” una volta scesi in campo, quando la foga agonistica si farà immancabilmente sentire. Nella partita inaugurale ci sono state solo due ammonizioni per falli veniali. Il vigore agonistico insomma è rimasto negli spogliatoi, ma già si scommette su quali saranno le sanzioni disciplinari in caso di eventuali espulsioni o squalifiche, basterà qualche giornata di sospensione o si renderà necessario intervenire dall’“alto” con un’assoluzione? E ancora, in che modo sarà possibile prendersela con l’arbitro? Banditi naturalmente gli epiteti di solito usati, che spesso prendono di mira anche la moglie del direttore di gara, ci sarà bisogno di nuove forme di protesta. Per quanto riguarda i tifosi, non è molto chiaro se sarà ancora possibile definire come “idoli” i propri calciatori preferiti, assolutamente vietato invece, dire che gli stessi giochino “da Dio”. Intanto, mentre cresce sempre con più insistenza la voce secondo cui si potrebbe presto giocare un derby infuocato tra la nazionale vaticana e quella degli atei, rimangono da delineare le linee guida di comportamento negli spogliatoi, a forte rischio l’integrità morale dei giovani seminaristi “costretti” a fare la doccia tutti insieme.

giovedì, febbraio 22, 2007

Ma un buon libro a volte non basta, attenti agli "editori a perdere"

Va bene, abbiamo un libro. Lo abbiamo scritto con tanto amore, ci abbiamo speso tanto tempo confidando di vederlo pubblicato perché, in cuor nostro, crediamo che sia il libro perfetto, quello capace di risaltare tra il grande pubblico. Ci resta solo da trovare un editore disposto a pubblicarlo. Prima di cominciare a cercarne uno, anche Miriam Bendia era una delle tante a far parte di quella orda di scrittori pronti a tutto pur di vedere il proprio testo compreso tra una prima e una quarta di copertina, magari in bella mostra in libreria. Armata di belle speranze cominciò così il suo viaggio alla ricerca di quell’editore che potesse soddisfare le sue speranze, ma si accorse ben presto che quello dell’editoria non era il mondo dorato che si aspettava. Appurato sin da subito che i grandi editori non prendono nemmeno in considerazione le opere di autori esordienti, all’autrice non rimane che provare a cercare di pubblicare il suo primo libro con una piccola casa editrice. È da qui che comincia il travagliato viaggio di Miriam tra gli “Editori a perdere” che, paradossalmente, diventerà proprio un libro quando, nel 2001, la coraggiosa Stampa Alternativa pubblicherà il volume integrato anche dall’esilarante “Manuale per non farsi pubblicare” di Antonio Barocci. “Editori a perdere” è la descrizione di un mondo che dovrebbe rappresentare ben altra cosa rispetto a quello che succede. Il mondo editoriale descritto dalla Bendia è “un mondo sommerso di truffe e imbrogli ai danni dei giovani autori che deve finalmente essere portato allo scoperto”, in cui editori “Arraffa&divora” approfittano dell’ingenuità degli esordienti per sottoporli a contratti “truffa” con i quali, ad esempio, viene chiesto un importante contributo economico che il più delle volte si dimostra essere solo una fonte di guadagno per la casa editrice che non rispetta gli impegni presi. Una tendenza sempre più in voga tra i piccoli editori che spuntano come funghi anche a causa, secondo l’autrice, della smania degli autori di vedersi pubblicati. Tutto secondo la normale legge della domanda e offerta; tanti autori che vogliono vedersi pubblicati ad ogni costo significano tanti pseudo-editori che ne approfittano promettendo tirature elevate, contatti con amici giornalisti per le recensioni, una distribuzione capillare in grado di far arrivare il libro in tutte le librerie ecc. salvo poi dimostrarsi dei veri e propri truffatori. In “Editori a perdere” tutto questo è raccontato in maniera ironica, il libro scorre veloce e si presta ad essere letto tutto d’un fiato, ma i contenuti sono forti e a volte verrebbe voglia di non crederci. Eppure Miriam ci è passata, ha visto con i suoi occhi le copie del proprio libro ammassate nello stanzino di una fantomatica editrice romana, si è sentita chiedere undici milioni di lire da un editore bolognese per stampare mille copie di un libro di settanta pagine che da un tipografo onesto sarebbe costato poco più di un milione ed ha inutilmente perso tempo e denaro dietro a promesse mai mantenute. Stanca di tutto ciò, la Bendia ha messo su carta nomi, indirizzi e circostanze. Suscitando forti polemiche, ma descrivendo, finalmente, la deriva a cui sta andando incontro la piccola editoria degli ultimi anni.

lunedì, febbraio 19, 2007

internet e videogiochi alla "cinese"

La Cina, lo stato “continente” a cui le democrazie occidentali guardano con timore e rispetto e a cui le multinazionali puntano per incrementare i propri profitti è un paese che per un profano può risultare per certi aspetti surreale. Tanto più se si cerca di capire qualcosa in più sulla cultura del paese di Mao e di piazza Tian an men attraverso le pratiche videoludiche del popolo più numeroso al mondo. Per capire quindi, e per analizzare il fenomeno di internet e dei videogiochi in Cina abbiamo parlato con Fernanda Moneta, giornalista, autrice e Titolare della Cattedra di Regia dell’Accademia di Belle Arti di Roma che ha recentemente pubblicato per Costa & Nolan: “Tecnocin@. Transmedia, videoarte, videogiochi, tra Cina, Corea del Nord, Hong Kong”.

Sappiamo, come descrive anche lei nel testo, che è estremamente difficile ricevere informazioni dalla Cina. In che modo allora è riuscita e riesce a documentarsi sull’argomento?

In effetti il filtro che viene attuato sulle informazioni in uscita dalla Cina è una cosa che potrebbe stupire noi occidentali. Per un cinese è praticamente impossibile mandare e-mail liberamente, e le persone che mandano informazioni di qualsiasi genere, devono essere iscritti in appositi registri. Chi sfugge a queste regole viene subito posto in arresto. Io personalmente ricevo informazioni attraverso una serie di amicizie strette nel corso degli anni soprattutto in Corea, dove sono stata più volte per lavoro. In Cina ho avuto occasione di starci pochi giorni, una visita breve, ma intensa, visto che ho avuto la fortuna – sfortuna di essere a piazza Tian an men il giorno prima del massacro.

Il mercato cinese rappresenta una bella fetta di torta a cui puntare. Si spiega per questo il fatto che le grandi multinazionali come Microsoft si pieghino al volere del Governo?

Assolutamente. Tutte le grandi multinazionali hanno capito che il mercato cinese è ormai quello su cui puntare. E per questo sono disposte ad adeguarsi alla cultura del paese “ospitante” senza problemi. Nel caso cinese poi, questo adeguarsi deve tener conto di regole culturali insite negli abitanti in maniera fortissima. In Cina l’individualismo viene dopo l’interesse del bene comune, le multinazionali lo hanno già capito e sperimentato e sono ben disposte ad una adesione non solo esteriore, ma che tenga conto di tutte le regole della società.

Ma in che modo il Governo riesce ad avere un controllo totale sul mondo dei nuovi media e di internet?

Dire che il controllo è totale forse è esagerato. Internet, per le sue caratteristiche, si presta alla possibilità di “violare” il sistema. Detto questo però, è certo che il Governo riesce a controllare comunque la quasi totalità dei contenuti che viaggiano in rete. Lo fa attraverso un vero e proprio esercito di più di quaranta mila “cyber poliziotti” ufficiali, anche se la Fbi americana dichiara che sono molti di più e che lavorano anche contro il governo americano e quello di Taiwan, una sorta di hackeraggio legalizzato. Il Governo possiede poi un sistema del tutto simile a Echelon che controlla i contenuti. Si tratta di Pachong, settato su stringhe come “4 luglio”, “libertà”, “Cristo” e in generale su tutte quelle parole che vengono considerate di cultura eversiva.

Il Governo non vuole farsi sfuggire proprio nessun possibile contestatore del “sistema” Cina?

Sì. Il controllo dei possibili “sovversivi” non poteva di certo non tener conto dei nuovi media. Ma non si limita solo ai contenuti. C’è una forte prevenzione contro i possibili contestatori attuata, ad esempio, attraverso le cliniche per gli “Addicted”, i drogati da videogiochi e da internet, un’etichetta che spesso e volentieri viene applicata a chi semplicemente non rappresenta un modello. Per avere il controllo delle migliaia di internet point disseminati nel paese invece, si è preso come pretesto un incendio in uno di essi. Sono stati chiusi tutti, e quando sono stati riaperti hanno dovuto sottostare a regole molto più severe.

Anche gli utenti dei videogiochi quindi sono visti come possibili sovversivi?

Il fatto è che il videogioco ti fa essere il soggetto di azioni che mutano il sistema. E per un Governo che lavora affinché questo sistema cambi il meno possibile ciò è chiaramente un problema.

Quali sono state le contromisure adottate?

Il primo videogioco vietato è stato “Project IGI2”, un gioco in cui l’utente doveva bloccare un terrorista cinese che rubava armi sottraendo segreti militari al proprio paese. Un gioco che dunque ledeva l’immagine del popolo cinese. Anche in questo caso però il governo si è preoccupato anche di prevenire il problema. Ai videogiochi è stato imputato di essersi intromessi nell’educazione, quindi è stata creata una commissione politica per realizzare videogiochi educativi. Tra questi “Anti Japan”, una rievocazione storica della guerra con il Giappone in cui l’utente non può scegliere di essere un giapponese e in cui comunque vince sempre la Cina. Insomma hanno creato un gioco dove si sa già come va a finire. Ma quello che stupisce ancora di più è che se non si gioca ad “Anti Japan” si viene schedati.

È una sorta di lavaggio del cervello?

Esatto, ora bisogna capire se sia il sistema migliore o meno. Dal punto di vista di un occidentale può sembrare strano. Ma siamo sicuri che la nostra libertà in certi campi sia la cosa migliore? In effetti se penso alle “libertà” tecnologiche che permettono ad una bambina di cadere nelle mani di una rete di pedofili qualche dubbio mi viene.

venerdì, febbraio 16, 2007

Il manuale del buon scrittore

Arrivare a vedere il proprio nome stampato su un testo esposto in libreria è cosa quanto mai difficile. Ogni aspirante autore che vuole realizzare questo “sogno” compie una serie di errori che compromettono definitivamente il percorso verso l’agognato traguardo e, cosa forse più grave, lo fa senza rendersene conto. Perché la lunga trafila che il libro nascosto nel cassetto deve seguire prima di essere pubblicato rappresenta una strada impervia che l’autore, sempre troppo sicuro di se, conosce poco e male. Ora, per aiutare gli aspiranti scrittori a conoscere i “trucchi” del mestiere e per evitare che gli stessi compiano quegli errori facilmente evitabili, arriva in libreria “78 ragioni per cui il vostro libro non sarà mai pubblicato & 14 motivi per cui invece potrebbe anche esserlo”, un testo scritto da Pat Walsh, editor americano e co-fondatore della casa editrice indipendente MacAdam/Cage, pubblicato in Italia da TEA. Il titolo del libro è tutto un programma, ma l’avvertenza principale a cui bisogna rispondere prima di leggerlo è quella di essere disponibili a mettere da parte la propria esagerata autostima che ogni nuovo autore porta con se. Il primo consiglio è proprio questo, rassegnarsi a capire che non è assolutamente detto che il proprio libro sia pubblicabile, il primo nemico del “successo” è proprio la tanta sicurezza che, tradotta, significa non rileggere mai quello che si è scritto o preferire far visionare la propria opera ad amici e conoscenti invece che agli addetti ai lavori, gli unici in grado di poter dare un giudizio negativo sul testo. Walsh su questo è chiaro dall’inizio, ma si mette tranquillamente a disposizione di tutti quelli che, invece, sono disposti ad affrontare la realtà e che, con onestà e impegno, intendono prendere sul serio l’arte, il mestiere e il duro lavoro di comporre. Quindi largo al decalogo del buon scrittore che deve per prima cosa “saper farsi notare” ma non deve mai dimenticare l’ultimo consiglio e cioè quello di “divertirsi” sempre e comunque mentre scrive. Nel mezzo ci sono le regole da seguire per essere pubblicato: dal “coltivare grandi speranze e aspettative ragionevoli”, al “mantenere una prospettiva sana”, alla “buona gestione del proprio tempo”, alla “pazienza condita di tenacia”, alla “elasticità”, fino al “fare tesoro dei no ricevuti”, all’“assumersi rischi calcolati”, per finire col “prendersi sul serio”. Grazie alla sua grande conoscenza del settore, e partendo dalle tante ragioni per cui un manoscritto non raggiunge quasi mai la libreria, Walsh guida il lettore attraverso il mondo editoriale, con le sue diverse esigenze e particolarità, ma non tralasciando, chiaramente, gli ingredienti fondamentali di un buon libro; è questo in fondo l’obiettivo che ogni aspirante autore deve imporsi, perché, come dice lo stesso Walsh “nulla vi avvicinerà al sospirato traguardo della pubblicazione più del fatto di aver scritto un bel libro”.

giovedì, gennaio 25, 2007

Radio città futura, dall'etere romana un ponte per il mondo

Da circa un anno la storica emittente romana Radio Città Futura ha inserito nella sua programmazione alcuni tra i programmi di punta della BBC World Service, la sezione radiofonica internazionale del network britannico. Una voce autorevole nel panorama informativo mondiale che consente a milione di persone di essere aggiornati sui fatti, gli avvenimenti e i personaggi del globo. Ne abbiamo parlato con Marco Moretti, direttore dei programmi di RCF.

Radio Città Futura ha trent’anni e ha vissuto tutti i cambiamenti nella storia di quelle emittenti che sono nate nella stagione delle Radio Libere. Cosa è cambiato oggi, e come si pone la vostra emittente nel panorama della programmazione radiofonica odierna?

È chiaro che rispetto agli anni ’70 c’è stata una grossa evoluzione, che poi è stata anche quella del linguaggio della comunicazione. Ma tanto è rimasto dell’identità passata di Radio Città Futura. Soprattutto la curiosità di cercare di guardare oltre al mainstream e quindi di affiancare ai grandi fatti anche le notizie che potrebbero sembrare meno importanti. Da questo punto la nostra radio è riuscita a mantenere una pluralità di voci che rappresenta un caso quasi unico nel panorama della FM romana.

Da un anno a questa parte la vostra emittente ha allargato gli orizzonti, e nella vostra programmazione oggi potete vantare la collaborazione con la BBC. Come è nata l’idea?

Potremmo dire che è stata una serie di felici coincidenze; la BBC cercava un’emittente romana che trasmettesse i suoi programmi. Nel nostro sistema di redazione, abbiamo incontrato sulla nostra strada gli amici dell’Ambasciata britannica che si sono spesi per portarci l’uno dall’altro. Per il resto credo che la BBC ci abbia scelto perché ha apprezzato le nostre caratteristiche di radio attenta ad offrire diversi punti di vista e non unilaterali.

E come è stato possibile realizzare il tutto?

Per quanto riguarda la realizzazione tutto è stato più facile di quanto immaginassimo. Loro si sono presentati in maniera molto rispettosa, quasi con umiltà. L’unica cosa che abbiamo dovuto fare è stata quella di trovare la giusta collocazione nel nostro palinsesto. Trattandosi di una trasmissione in inglese dovevamo stare attenti a cercare di coinvolgere sia la comunità di lingua inglese romana che i nostri abituali ascoltatori. Quello che mandiamo in onda è il servizio World della BBC, un notiziario che va in onda in tutto il mondo e l’obiettivo era proprio quello di coinvolgere il pubblico italiano.

Abbiamo detto che il servizio World della BBC si occupa dell’informazione a livello internazionale. Quali sono le differenze che avete potuto notare rispetto al nostro modo di fare informazione?

Le differenze ci sono, e vanno al di là della grande potenzialità di mezzi di cui loro dispongono. È anche una questione di stile che si differenzia molto dal nostro. E non è una questione di luoghi comuni. Il programma che mandiamo in onda dalle 22.00 alle 23.00, si chiama “Newshour”, il loro talk serale di informazione, in cui spesso vengono condotte interviste a diverse tipologie di ospite. Dal presidente di un grande paese ad un personaggio teoricamente meno importante. Bene, l’approccio dell’intervista è sempre lo stesso: incalzante e rigoroso, senza fare sconti a nessuno, sicuramente molto meno referenziale del nostro.

In che modo il pubblico della radio ha risposto a questa iniziativa? Che tipo di feed-back avete riscontrato dagli ascoltatori?

Le reazioni positive che ci aspettavamo sono arrivate dalla comunità inglese, tutte estremamente positive. Quello che ci ha fatto invece molto piacere è stato ricevere messaggi, e-mail e telefonate di complimenti dal nostro pubblico abituale. Lo dico sinceramente: non ho sentito nessuna voce di dissenso alla nostra iniziativa.

Quali sorprese ci riserverà ancora la vostra radio?

Le novità in lavorazione sono diverse, per il momento abbiamo allargato ancora di più le nostre collaborazioni con un progetto lanciato alla fine dell’anno. Una collaborazione con “All for peace”, un’emittente di Gerusalemme che trasmette per israeliani e palestinesi. Con loro abbiamo realizzato uno scambio di programmi, sempre in inglese. Si tratta di interessanti contenitori delle attività culturali e sociali delle rispettive comunità. Quello che registriamo noi e che mandiamo in onda dalle loro frequenze si chiama “All for you”.

E per quanto riguarda lo spettacolo?

Naturalmente seguiamo con interesse tutto il panorama culturale nazionale e romano. Tutti i giorni dalle 15.00 va in onda “Primo spettacolo”, un magazine giornaliero di notizie e commenti sul mondo dello spettacolo arricchito nella fase finale da interviste approfondite di circa mezz’ora. Chiaramente, nell’ottica della nostra radio, le interviste sono dedicate anche a personaggi meno noti. Nella programmazione musicale invece diamo particolare attenzione ai suoni del mondo, seguendo con particolare attenzione la musica africana, brasiliana e tutto quello che trova poco spazio nelle radio tradizionali.